Una rivoluzione mite. Come l’ha definita don Francisco mentre offriva la sua testimonianza dall’altare della basilica dell’Annunziata. Il fatto che quasi tremila cittadini genovesi decidano di iniziare l’anno ascoltando parole di giustizia all'interno di una chiesa e partecipino sorridenti alla marcia per la pace organizzata dalla comunità di San Egidio, in questi tempi cupi di odio e insofferenza, ha il fascino irresistibile di una magia. E la forza di una rivoluzione.

Sapere che la stessa manifestazione di pace si stava svolgendo in contemporanea in 900 città del mondo fa anche sperare che questa rivoluzione sia contagiosa ed efficace.

Ed forse per questo che ci siamo ritrovati così numerosi nel primo giorno dell’anno: per recuperare e condividere la speranza necessaria ad affrontare questo nuovo inizio.

Nella basilica affollata da “rivoluzionari miti” di varie età, diverse o nessuna fede e molteplici nazionalità (e anche da alcuni compostissimi quattrozampe), don Francisco, giovane prete originario di El Salvador, “il paese più piccolo del Centro America” ricordava, attingendo anche alla sua personale memoria, come la pace sia un sogno ancora in moltissimi luoghi: “la mia generazione ha ereditato dagli anni del conflitto la violenza diffusa, la povertà, il rancore, la sete di vendetta di tanta gente..."
I nomi dei paesi devastati dalle guerre sono stati elencati dall'altare, ad uno ad uno, sgranati come come un tragico rosario: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Casamance, Colombia, Iraq, Kashmir, Kivu, (RDC), Libia, Mali, Myammar, Nagorno Karabakh, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Terra Santa, Ucraina, Yemen.

Tra il pubblico alcune teste annuiscono e si inumidiscono gli occhi di chi quelle guerre le ha vissute da vicino .

I nomi di questi Paesi e di altri violati da violenze diffuse ed endemiche (come l'Egitto), stampati sopra lo sfondo dei colori della pace, hanno sfilato per la città sbandierati da braccia di cittadini di qualsiasi nazionalità, non necessariamente coincidente con la regione di cui portavano e sorreggevano il peso.

Molti di questi paesi, sono stati inseriti di recente, in virtù ( si fa per dire) del decreto sicurezza in un elenco di paesi considerati “sicuri” con la stesso arrogante cinismo con cui un uomo in buona salute potrebbe giudicare sano un malato terminale pur di evitare di prendersene cura.

In quei paesi che il nostro governo ritiene sicuri e dove invece (come ad esempio in Ucraina) si consumano sanguinarie quanto ignorate guerre civili, si è deciso per decreto, che sarà possibile rimpatriare i profughi che da lì erano faticosamente fuggiti.

Don Francisco sembra leggermi nel pensiero e cita il suo amico William, giovane maestro ucciso dalle bande armate locali: “la sicurezza non si ottiene solo con la fermezza, ma con l’amore”.
E oggi, diversamente da quello appare leggendo i giornali, sembra esserci un’umanità silenziosa ma consapevole che crede e pretende questa “sicurezza amorosa”.

Se normalmente si preferisce non sapere e non vedere, i cittadini che hanno scelto di celebrare l'inizio del nuovo anno insieme alla comunità di San Egidio, hanno deciso di conoscere, anzi di “sentire” quello che succede fuori dai propri personali confini. Non mi viene in mente nessun modo migliore per affrontare i 364 giorni a venire.

Da Repubblica di Genova 5 gennaio 2020

In contemporanea alla celebrazione della giornata mondiale dei diritti dei migranti istituita dall’Onu succedevano tante cose. Una moltitudine invisibile di profughi perdevano la vita o subivano violenze nelle varie rotte migratorie (come succede purtroppo giornalmente), altri venivano torturati nei lager libici.

Taluni tentavano senza successo di accedere a vie legali di ingresso ma non ottenevano neppure udienza dalle nostre ambasciate.

Alcuni letteralmente congelavano nella rotta balcanica e tanti venivano respinti a Ventimiglia dalla gendarmerie francese.

 

I più fortunati, quelli che erano riusciti a sopravvivere e a giungere in Italia si vedevano notificato il rifiuto di ogni tipo di protezione dalle commissioni territoriali e ad altri ancora venivano cacciati dai centri di accoglienza in virtù (si fa per dire) di una circolare applicativa del decreto sicurezza.

Intanto la nave della comandante Carola Rackete veniva finalmente dissequestrata dai magistrati e poteva tornare a soccorrere vite in mare mentre l’ex ministro degli interni veniva formalmente accusato di sequestro di persona in relazione al blocco della nave Gregoretti con a bordo 131 naufraghi, ordinato l'estate scorsa.

In questi stessi giorni, come sempre, un popolo solidale e silenzioso, continuava instancabilmente ad offrire cibo coperte, tutela e conforto a chiunque ne avesse bisogno, da Lampedusa a Ventimiglia.

Nelle stanze del potere nessuno sembrava seriamente impegnato nella abrogazione, richiesta pure a gran voce da giuristi e società civile, dei letali decreti sicurezza o degli accordi con la Libia sottoscritti dagli ultimi governi.

Papa Francesco in compenso, mostrando il salvagente recuperato tra le onde e ricevuto in dono dai soccorritori del mare, ricordava che è l’ingiustizia che costringe le persone a fuggire dai propri paesi ed è sempre l’ingiustizia che li respinge e li fa morire tra i flutti, ribadendo che il soccorso è un dovere inderogabile e l'ignavia peccato. “Bisogna soccorrere e salvare, perché siamo tutti responsabili della vita del nostro prossimo”

In contemporanea una donna nigeriana manifestava la propria legittima e insindacabile disperazione in un pronto soccorso al capezzale della sua bimba appena deceduta ed il suo pianto incontenibile scatenava l'odio e la ferocia razzista di persone (anche se sembra decisamente parola poca adatta) in attesa di accedere alle cure.

Questa refrattarietà all'empatia, la repulsione oltre che l’indifferenza nei confronti di questa madre appena diventata orfana della sua neonata mi ha fatto risuonare in testa le parole del premio Nobel per la Pace Elie Wiesel sull'indefferenza di Abele alla sofferenza del fratello: "Lui che è responsabile della prostrazione di Caino, non fa niente per aiutarlo. Non si duole di niente, non dice niente... Caino gli parla e lui non ascolta. O ascolta ma non sente. Ecco in cosa Abele è colpevole. Di fronte alla solitudine nessuno ha il diritto di nascondersi, di non vedere. Di fronte all'ingiustizia nessuno deve voltarsi dall'altra parte. Chi soffre ha la precedenza su tutto. La sua sofferenza gli dà un diritto di priorità su di voi. Quando qualcuno piange - e questo qualcuno non siete voi - ha dei diritti su di voi, anche se il suo dolore gli è inflitto dal vostro Dio comune."

La Repubblica di Genova 22 dicembre 2019

Persino il cielo ha regalato una tregua per mezza giornata sospendendo le interminabili piogge genovesi delle ultime settimane e consentendo ai manifestanti di stringersi “come sardine” senza dover brandire ombrelli ma solo pesci colorati.

Si è cantato molto, applaudito, parlato. Ci si è ritrovati tra amici, tra compagni, tra simili o anche solo tra cittadini.

Ci si è riappropriati di uno spazio pubblico, della nostra piazza, delle parole corrette, della buona politica, del senso di comunità e persino dell’inno nazionale.

Solidarietà, pace, verità, cittadinanza, responsabilità, uguaglianza, corridoi umanitari e persino amore. Queste le parole e gli ideali che si respiravano nella piazza genovese.

Eravamo non solo tantissimi ma diversissimi per età, origine, cittadinanza, esperienze.

Uniti certamente dalla delusione ma forse ancor di più dalla speranza.

C’era Remo un irrefrenabile partigiano (considerarlo “ex”, vista la sua vitale militanza, sarebbe offensivo) di 93 anni, c’era don Farinella, la coscienza della nostra città e certamente benediceva la piazza anche il nostro don Gallo.

C’erano Mara, Talatou, Simohamed, Valeria, Roberto, Alessandra e Micol, educatori e insegnanti, attivisti, studenti, lavoratori e donne impegnate contro la discriminazione e le violenze di genere.

C’era Iris, in rappresentanza degli sfollati via Porro ma anche delle maestre e dei maestri antirazzisti.

C'erano “le Bughe” con Bobby, Aldo e Marco a fare bella musica.

C'erano le note e le parole dei De Andrè, padre e figlio.

Eravamo così stretti, come sardine per l’appunto, che non c’era spazio per l’odio. E neppure per la prevaricazione, i narcisismi. la manipolazione .

Si era lì per contarci, per ritrovarsi, per attingere nuove energie, condividere idee, impegni ed entusiasmi. Per segnare un confine tra chi distrugge, specula, discrimina, odia, inquina, o semplicemente si disnteresssa e arrende, e noi. Noi che, seppure affaticati e amareggiati, non abbiamo mai smesso di credere e di tentare di costruire, ognuno nel suo piccolo e con la sua tenacia, un mondo, o quanto meno una Genova migliore.

Erano bandite le bandiere, i simboli e gli slogan dei partiti per garantire la massima inclusione ed evitare strumentalizzazioni.

Ma quella piazza, non partitica, era nel senso nobile ed etimologico della parola, decisamente “politica”.

Presagio ed esempio di buona politica.

Un ragazzo di circa vent’anni alla fine della manifestazione è venuto sui gradini di Palazzo Ducale a ringraziare gli organizzatori, confessando subito, un po' intimidito, che aveva votato Lega alle ultime elezioni, ma che quella piazza in cui si è parlato di inviolabilità dei diritti, inclusione sociale, uguaglianza, costituzione, lotte partigiane e democrazia lo aveva fatto riflettere .

Quel suo grazie, cosi onesto e reale, e’ valso la piazza.

Ora dobbiamo pensare quali altri luoghi riempire pacificamente e quali temi di discussione portare. Ogni idea e’ ben accetta e può essere condivisa sulla pagina Facebook delle Sardine di Genova. C’è molto da fare e da fare insieme perché come direbbe il Gallo se l’odio grida forte l’amore grida ancora più forte. E Genova, ne abbiamo avuto una dimostrazione tangibile la settimana scorsa, resiste e sa amare forte.

Le Sardine di Genova

La Repubblica di Genova 8 dicembre 2019

Una Bibbia laica, così è stato definito il dossier statistico immigrazione presentato pochi giorni fa nella sua ultima edizione curata dal Centro Studi e Ricerche Idos insieme con il Centro Studi Confronti .

Il sotto titolo del dossier non poteva essere più esplicito "l'annus horribilis" per i migranti, certamente, ma anche per tutti noi.

Perché,come dicevano gli antichi, se Sparta piange Atene non ride. E non è, evidentemente, privando "gli altri" dei loro dei diritti che "i nostri" si rafforzano e vengono maggiormente tutelati. Non è mistificano la realtà e creando un clima di odio e conflitto sociale che si genera sicurezza. Non è emarginando, respingendo e ghettizzando sacche intere della popolazione che si può pensare di costruire una convivenza civile e pacifica.

Un annus horribilis, che pare peraltro non essere ancora terminato.

Per provare ad invertire la rotta, iniziata invero ben prima dell'ultimo anno, di tale “orribile” sbandamento xenofobo, la lettura del dossier e la divulgazione dei risultati delle ricerche in esso contenute è certamente un utile strumento.

Ancora una volta scopriamo che non siamo "invasi", che non lo siamo in realtà mai stati, ma tanto meno negli ultimi anni, preso atto che nel 2019 sono approdati sulle nostre coste solo 9944 persone in fuga da guerre persecuzioni. Un numero evidentemente insignificante specie se raffrontato ai 71 milioni di persone nel mondo costrette a migrazioni forzate.

Tra questi esigui "nuovi approdi" ci sono 1335 minori non accompagnati che si spera non vadano ad ingrossare le fila dei 5200 minori stranieri presenti nei nostri territori ma dei quali si è persa completamente traccia nel 2018.

Sfogliando il dossier ci possiamo sentire rassicurati dal fatto che gli stranieri rappresentano quasi stabilmente l'8.7% della popolazione italiana e che la maggior parte di loro sono cittadini europei e cristiani.

E non "li ospitiamo tutti noi" perchè le percentuali di stranieri residenti in altre paesi europei sono ben più alte di quel misero 8.7 % (ci battono Germania, Spagna, Belgio, Austria e il Lussemburgo che vanta il 47 per cento di popolazione straniera)

E comunque non ci rubano il lavoro ma anzi creano imprese (il 10% di quelle italiane).

Non solo, pagano pure le tasse e addirittura con maggior solerzia degli autoctoni, contribuendo così al 9% del Pil (pari a 139 miliardi di euro l'anno), e i risparmi, quando li hanno, li inviano a "casa loro" aiutando anche l'economia del paese di origine.

A fronte di 128 mila italiani che hanno lasciato il nostro bel paese nel 2018 con percorsi migratori certamente più facili ma comunque sofferti, il numero dei nuovi ingressi di stranieri è decisamente inferiore, perchè se è vero che nel 2018 si sono registrate 111.000 nuove presenze "straniere" è anche vero che 65.400 di loro sono stati portati dalla cicogna: nati in Italia da dove non si sono mai mossi, e a chiamarli immigrati ci vuole davvero malafede. La stessa che impedisce di approvare una legge decente sulla cittadinanza che renda italiani chi nasce e studia nel nostro paese.

Politici, magistrati, giornalisti, insegnanti, chiunque si occupi non solo di immigrazione ma anche di educazione, giustizia, comunicazione, politiche sociali, cultura e diritto (e dunque in buona sostanza chiunque di noi) dovrebbe leggere questa “bibbia laica” o almeno la sua sintesi facilmente reperibile on line anche solo per provare a sedare paure recondite o contrastare luoghi comuni e odio diffuso. E in buona sostanza per provare a capire cosa si nasconde dietro la parola migrante.

In un bel libro di Federico Faloppa “Brevi lezioni sul linguaggio”, ho trovato questa illuminante citazione di Borges “non c’è proposizione che non implichi l’universo intero: dire la tigre e’ dire le tigri che la generarono, i cervi e le testuggini che divorò, il pascolo di cui si alimentarono i cervi, la terra che fu madre del pascolo, il cielo che dette luce alla terra”.

Dire migrante o straniero vuol dire dire chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.

La Repubblica di Genova 10 novembre 2019

C'è anche un'altra isola, a dire la verità. Sembra impossibile ma è un'ottima rappresentazione in miniatura della follia bipolare che attraversa il Paese negli ultimi mesi. Così, sul medesimo scoglio di mare dove sguaiati urlatori vomitavano i peggiori insulti e le più vigliacche minacce (commettendo una lunga serie di reati) contro la capitana Carola e gli altri salvatori, un’altra Lampedusa, si preparava ancora una volta ad accogliere i naufraghi e l’equipaggio come ad ogni inevitabile e benedetto approdo.

Lampedusa, così come, seppure in forme diverse, Ventimiglia, potrebbe diventare e forse inconsapevolmente è già, un laboratorio di resistenza e preservazione di quella umanità che si è tentato di abolire per decreto e insieme una palestra di refrattarietà al contagio di odio e ignoranza.

Sull’Isola le donne e gli uomini del Forum Lampedusa Solidale costituiscono un esempio unico, ma fortunatamente ripetibile, di esercizio quotidiano, faticoso e coerente di solidarietà.

Sono volontari, residenti o di passaggio, credenti o atei convinti, praticanti tutti, senza riserve, dei precetti costituzionali, che spendono tempo, danari ed energie per aiutare chi sull’isola, siano autoctoni, turisti o profughi, abbiano bisogno in qualche forma, meglio se tangibile, di conforto e di cura.

In un’isola in balia dei capricci del tempo e delle ipocrisie della politica non può che funzionare così: se non si può contare sull'aiuto dall'alto o da fuori, bisogna imparare a sostenersi reciprocamente.

Sull'isola l’ideologia furiosa del “prima io”, se non arginata dall'indispensabile buona pratica della condivisione dei bisogni e delle risorse, potrebbe avere effetti devastanti.

La lucida consapevolezza e la messa in opera dell’indivisibilità dei diritti da parte dei solidali è preziosa e, se non ostacolata o intimidita, può costituire una barriera ed un riparo efficace contro la barbarie di chi crede che la soddisfazione dei propri diritti passi attraverso la negazione di quelli degli altri.

Su quest’Isola troppo spesso masticata e abbandonata da poteri disattenti o spietati, dovrebbe essere lampante per chiunque il segreto dei diritti umani: che se non valgono per tutti, indistintamente, non possono valere per nessuno.

Al Forum si difendono i diritti di tutti e per ciascuno: si promuove il diritto all'istruzione con la biblioteca gestita da volontari che fanno laboratori per bambini (isolani o viaggiatori), si garantisce il diritto all'abitazione a persone disagiate, si offrono ascolto, coperte e “cura” a chiunque ne abbia bisogno. Si tutela il diritto all'inviolabilità della libertà e della sicurezza personale chiedendo la chiusura del centro di detenzione amministrativa.

A Lampedusa si sperimenta la pace sociale in un clima mai come ora avvelenato dall'odio, dalla meschinità e dalla violenza verbale o fisica. Se mai il Nobel per la pace dovesse essere assegnato a Lampedusa dovrebbe andare nelle mani generose ma stanche e schive di Don Carmelo, Paola, Francesco, Alberto, Irene, Rino, Melo, Claudia e delle tante altre anime resistenti del Forum di Lampedusa solidale che danno onore e bellezza a quest'isola difficile e generosa. E che, se li conosco bene, rifiuterebbero sdegnati l’onorificenza: “perché accogliere l’umanità è normale, l’abominio è respingerla”.

Da Repubblica Genova 1° settembre 2019

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