di Fabrizio Gatti

«Mi rendo conto solo ora che il destino possa riservare esperienze che vanno oltre ogni immaginazione», scrive in una lettera alla famiglia Denis Cavatassi, 51 anni, agronomo abruzzese diventato imprenditore in Thailandia. Denis è in attesa di sapere se la Corte suprema di Bangkok gli salverà la vita: per adesso è l'unico italiano al mondo condannato a morte. Lo accusano di un omicidio che non ha commesso. Per questo da gennaio 2017 è rinchiuso nel carcere di Nakhon Si Thammarat, una città a ottocento chilometri a Sud della capitale. Lì dentro l'unica medicina per liberare la mente dai brutti pensieri è leggere. E poiché i libri in cella sono limitati al pochissimo spazio disponibile, Denis Cavatassi chiede a chiunque di scrivergli. Il foglio di una lettera non è mai ingombrante: nell'era digitale dei tweet e di whatsapp, soltanto l'apparente vecchia carta è libera di passare legalmente attraverso le mura e le sbarre di una prigione.

Hanno cominciato gli amici. Poi l'invito è stato esteso a quanti ancora non conoscono Denis. Quando l'ha saputo, Moni Ovadia non ci ha pensato due volte a rispondere: «Ammiro la sua straordinaria forza d'animo e l'ammaestramento che lei trae dalla dolorosa esperienza che sta attraversando», ha scritto l'attore milanese. «Faccio fatica a credere che una lettera che venga da fuori, dall'Italia, dalla libertà possa portarti conforto. Quindi ti scrivo, in realtà, per confortare me», sono invece le parole con cui comincia la sua lettera il sociologo Luigi Manconi.

Anche i lettori dell'Espresso possono unirsi alla catena di solidarietà inviando “Una lettera per Denis” all'indirizzo email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure a L'Espresso – via Nervesa 21 – 20139 Milano. Inoltreremo la corrispondenza all'avvocato della famiglia, Alessandra Ballerini, perché le lettere siano stampate in formato Pdf e arrivino al carcere di Nakhon Si Thammarat.

Denis Cavatassi lascia l'Italia una decina di anni fa. Si trasferisce in Thailandia nel 2009, dopo aver lavorato sei mesi come volontario a un progetto di sviluppo agrario in Nepal. Incontra un altro italiano, Luciano Butti, 58 anni, toscano di Montevarchi, che gestisce un ristorante e sta cercando soci per ricostruire una guest-house distrutta dal grande tsunami del 2004. Denis investe i suoi risparmi e si unisce a Butti nella gestione del ristorante a Phi Phi Island, un paradiso molto frequentato dal turismo italiano.

 

Il 15 marzo 2011 Luciano Butti è a Phuket per partecipare l'indomani mattina a un'udienza della sua causa di divorzio. La sera del 15 ha un appuntamento con uno dei suoi camerieri del ristorante di Phi Phi Island. Un incontro misterioso, mai chiarito. Il dipendente non si presenta solo. Butti arriva in moto ma a un certo punto si insospettisce e cerca di scappare. Lo inseguono su un'altra moto, lo raggiungono e lo uccidono a colpi di pistola.

Quando viene informato dell'omicidio, Denis Cavatassi si presenta all'ufficio di polizia per dare il suo aiuto alle indagini. La lenta caduta nel baratro giudiziario comincia così: i poliziotti lo arrestano convinti che sia lui il mandante e in quarantotto ore chiudono il caso. Lo accusano di avere pagato il cameriere per organizzare l'agguato. Denis spiega che l'equivalente di 350 euro versati erano lo stipendio. E altri 350 euro un anticipo del mese in corso chiesto dal dipendente. Su questo equivoco Denis Cavatassi in primo e secondo grado viene condannato a morte. Il cameriere e i due complici se la cavano invece con pene molto meno gravi.

L'imprenditore avrebbe tutto il tempo per scappare in Italia. Nel 2011 resta in carcere quattro mesi e viene rilasciato su cauzione. Nel 2015, in concomitanza con la condanna a morte in primo grado, si fa altri dieci giorni di prigione. Per tutti gli altri mesi resta libero. «Ma Denis non ha mai voluto lasciare la Thailandia», spiega la sorella Romina, 46 anni, economista per un'agenzia delle Nazioni Unite: «Mi ha sempre detto: io sono innocente, mia moglie è thailandese, la nostra bambina è thailandese, non posso lasciarle con il dubbio che io abbia fatto una cosa così grave, non sono un assassino».

Gli revocano la libertà nel 2017 e a gennaio 2018 la sentenza di secondo grado conferma la condanna a morte. «Denis, io, i nostri familiari abbiamo molta speranza e molta fiducia nella Corte suprema thailandease che nelle prossime settimane dovrà pronunciarsi», dice Romina Cavatassi: «Mio fratello ama leggere e nell'attesa desidera leggere. Il 18 ottobre ho potuto incontrarlo in carcere con l'ambasciatore italiano Lorenzo Galanti, che con tutto il personale diplomatico sta facendo tantissimo. Denis non si aspetta lettere di compassione. Mi ha detto: fammi scrivere dalla gente, che cosa fanno loro, come passano la giornata, vorrei che mi raccontassero dell'Italia».

Pochi giorni fa i familiari sono stati ricevuti dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha garantito la massima attenzione alla vicenda. «Prima di tutto questo», scrive Denis alla famiglia, «non avevo mai riflettuto a fondo sul concetto di giustizia e punizione o su come, spesso, si possa essere troppo facilmente giustizialisti, di fronte a quello che potrebbe essere anche un errore giudiziario. In questi mesi di inferno ho acquisito la consapevolezza che l'essere umano è dotato di una forte capacità di sopravvivenza. Per non impazzire, mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. Dal momento in cui mi hanno messo le manette, posso dire di aver sentito morire una parte di me, come se fossi entrato improvvisamente nei panni e nella vita di un'altra persona... Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato, mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L'amore mi salva e mi dà la forza di non perdere la testa».

 

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A vederli così fanno davvero una certa impressione. Mescolati nel corteo, muti, dolentemente fieri e concentrati. Consapevoli della sacralità del ruolo affidatogli, ergono, senza sforzo ma con empatica sofferenza, un cartello indicante il nome, tristemente noto, di qualcuno dei vari campi di concentramento nazisti. Alti e neri. Profughi residenti nella nostra città e parte integrante della nostra comunità, tanto da partecipare, attivamente, alla marcia per la memoria organizzata, come ogni anno, dalla Comunità ebraica di Genova insieme con la Comunità di Sant'Egidio ed al Centro Culturale Primo Levi per ricordare le vittime “genovesi“ della follia fascio-nazista deportate il 3 novembre di 75 anni fa.

Il corteo colorato e mesto marcia silenzioso sino alla sinagoga dove parole, musica corale e una qualche forma di amicizia avvolgono i cittadini “memori”. Nei discorsi pubblici e privati dentro e fuori la sinagoga si percepisce, più o meno aspra, l’allarmata preoccupazione per i tempi faticosi ed inquietanti che stiamo vivendo, così simili a quelli nei quali fu possibile seminare e coltivare il pensiero fascista e l’ideologia razzista. La necessità di una memoria viva e intransigente, il bisogno di un'amicizia nella rete cittadina e tra i popoli ed un monito perentorio contro l’indifferenza sono i motivi ricorrenti di questo incontro.

Avevo partecipato altre volte alla giornata della memoria, ma mai come quest’anno la memoria ci ha parlato del futuro più che del passato. Ascoltare ed immaginare tra le mura della sinagoga, stipata da ebrei, musulmani, cattolici, profughi, migranti e giovanissimi studenti, quale deve essere stato il dolore sbigottito provato 75 anni prima e da altri cittadini traditi dalla patria in cui vivevano, ha portato inevitabilmente a pensare alla sofferenza incredula, alla sbigottita lacerazione, patita da quanti vengono abbandonati, respinti, rifiutati o espulsi magari verso luoghi di tortura e campi di detenzione in Libia che le corti internazionali non stentano a definire lager.


Anche per questo i ricordi di Padre Eugene, superstite del genocidio del Ruanda nel quale ha perso il padre, la sorella, gli zii, la nonna e i cugini, suonano come un accorato appello o meglio come un perentorio monito:“Ho vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mancanza delle memoria”.

Noi italiani siamo smemorati e distratti. E molto spesso auto indulgenti: con la scusa degli “italiani brava gente" abbiamo compiuto atti incedenti e sottoscritto leggi scellerate e non ne proviamo la giusta vergogna. Anzi.

Stiamo perpetrando le stesse infamie e ostentando la stessa indifferenza di ottanta anni fa.

Ma non tutti. Anche oggi abbiamo la responsabilità e la possibilità delle scelte individuali.

Mentre scrivo è la vigilia di una straordinaria manifestazione nazionale che si terrà a Roma e alla quale hanno già aderito 220 realtà associative e migliaia di persone che si sposteranno da oltre 50 città, dal titolo programmaticamente perfetto: “indivisibili”.

Come i diritti.

Riempire le piazze, difendere sempre e in ogni circostanza le persone vittime di insulti e discriminazioni, informarsi e informare, palesare e argomentare il proprio preoccupato dissenso nei confronti del decreto sicurezza anti umanità, sono buoni modi per scegliere da che parte stare. Perché a volte le persone, come ha detto la coraggiosa signora difendendo un migrante dal suo aggressore su un bus, non sono razziste ma solo stronze. Ma a volte i due difetti possono pure coesistere. E possono generare leggi inique e vergognose.

 

da Repubblica Genova

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