“…Con riferimento al caso in esame sussistono i presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, alla luce del buon percorso di integrazione del richiedente.
Infatti, oltre alla documentazione prodotta in sede di ricorso introduttivo, il ricorrente ha depositato ulteriore documentazione idonea a dimostrare un significativo e progressivo percorso di integrazione sociale e lavorativa nel territorio italiano.
In particolare, sotto il profilo lavorativo, il ricorrente ha svolto diversi rapporti di lavoro regolarmente denunciati e retribuiti. Risulta documentata, l’ultima attività lavorativa fino al 31.12.2026 come manovale nell’edilizia a tempo determinato, come da storico c2 allegato agli atti.
Sotto il profilo formativo e linguistico, il ricorrente ha dimostrato un significativo impegno nell’apprendimento della lingua italiana, come da attestato di partecipazione della lingua italiana livello A2 erogato dalla regione Lombardia ANAS Provinciale Milano APS.
Tali elementi assumono rilievo non solo quale indice di integrazione culturale, ma anche quale presupposto essenziale per l’inserimento lavorativo e relazionale nel contesto sociale di riferimento.
Sotto il profilo del radicamento territoriale, il ricorrente è ospitato da un connazionale, come da comunicazione di ospitalità del 16.06.2025 in ***. Inoltre in Italia vive anche il fratello che è giunto in Italia ancor prima del ricorrente ed ha già richiesto la protezione speciale presso il Tribunale di Genova con RG ***/2024, ottenendola con decreto del 17.3.2026.
Tali elementi costituiscono evidenti indici dell’impegno profuso nella costruzione di un percorso di vita stabile e regolare nel territorio nazionale, nonché del radicamento del ricorrente nel tessuto sociale italiano.
Il patrimonio della personalità del ricorrente risulta ormai arricchito dalle esperienze lavorative, formative e relazionali maturate in Italia, delineando una vita privata sviluppatasi in modo significativo e sensibilmente diversa rispetto a quella precedentemente condotta nel Paese di origine.
In tale situazione, il suo rimpatrio costituirebbe di per sé una condizione degradante, specie se parametrata all’attuale situazione della zona di provenienza, e integrerebbe una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, garantito dall’art. 8 CEDU e dell’art. 19 comma 1.1 d.lgs. 286/98.
In ciò deve essere considerata la situazione generale del Paese di origine.
Situazione generale dei diritti umani e situazione socio-economica
Secondo l’ultimo report di HRW del 2025, e facente riferimento al 2024, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi è entrato nel suo secondo decennio al potere continuando a perpetrare una repressione su larga scala, detenendo e punendo sistematicamente critici e attivisti pacifici e criminalizzando, di fatto, il dissenso pacifico. Le autorità hanno arrestato e perseguito dozzine di manifestanti e attivisti, anche durante le manifestazioni di solidarietà con la Palestina. Migliaia di detenuti sono rimasti rinchiusi in condizioni terribili durante lunghi periodi di detenzione preventiva o con condanne derivanti da processi ingiusti. A diversi importanti difensori dei diritti umani è stato permesso di viaggiare fuori dall’Egitto per la prima volta dal 2016. Tuttavia, lo spazio civico è rimasto gravemente limitato poiché le organizzazioni indipendenti che operano secondo leggi draconiane hanno dovuto affrontare continue vessazioni a livello giudiziario e di sicurezza. Da gennaio, l’Egitto ha firmato accordi di salvataggio per circa 57 miliardi di dollari, ma la crisi economica e la risposta del governo hanno ostacolato i diritti economici e sociali delle persone, compresi quelli riguardanti l’accesso al cibo, alla salute e all’elettricità.
L’approccio economico del governo, che dà priorità alla spesa per grandi progetti infrastrutturali, compresi quelli a guida militare, continua a minare i diritti economici, sociali e culturali delle persone, soprattutto alla luce delle ricorrenti crisi economiche del paese, tra cui l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità, l’aumento della povertà e il ridotto accesso al cibo e all’elettricità. Dal febbraio 2024 in poi, i donatori dell’Egitto, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale, il Regno Unito e l’Unione europea, hanno fornito o promesso circa 57 miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti. Ma ciò ha fatto ben poco per aiutare le persone in un Paese in cui quasi due terzi della popolazione di oltre 100 milioni di abitanti vive in condizioni di povertà o quasi, e il sistema di previdenza sociale fornisce solo piccoli trasferimenti di denaro a circa 21 milioni di persone. Anche le riforme intraprese nel contesto di diversi programmi del FMI hanno contribuito all’aumento dei prezzi e alla diminuzione del valore dell’assistenza in denaro. A seguito del primo programma del Fondo monetario egiziano nel 2016, il tasso di povertà nazionale ha raggiunto quasi il 30% nel 2019 e l’inflazione media al consumo ha raggiunto il 33,3% nel 2024, minando il diritto al cibo e un adeguato standard di vita. Quest’anno, gli egiziani hanno dovuto affrontare continui blackout elettrici nel contesto di una crisi energetica. E il governo ha rimosso molti sussidi alimentari e ai carburanti senza misure sufficienti per potenziare il sistema di sicurezza sociale del paese e mitigare i danni. I suoi livelli di spesa per la protezione sociale, la sanità e l’istruzione rimangono inadeguati.”


