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In caso di mancata valutazione di una possibile sovvenzione familiare, il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per insufficienza reddituale del richiedente è illegittimo.

In questi termini si è espresso recentemente il Tribunale Amministrativo per la Liguria (T.A.R. Liguria, Sez. II, 29 luglio 2014, n. 1244) accogliendo il ricorso di un cittadino marocchino entrato in Italia per ricongiungersi con la sua famiglia.

La Questura genovese, nel respingere la domanda presentata dall'interessato per conseguire il rinnovo del permesso di soggiorno, chiesto per attesa occupazione, motivava la propria determinazione evidenziando che lo stato di disoccupazione del richiedente e la semplice allegazione della possibilità di fruire del reddito percepito dalla moglie non permettevano di ritenere la richiesta adeguatamente documentata in punto di idonea percezione di mezzi di sussistenza.

Non era di questo parere, invece, la difesa del ricorrente che, impugnato l'atto, al contrario,  oltre all'attività svolta dal proprio assistito come piccolo imprenditore edile – probante una idonea capacità reddituale – allegava la disponibilità reddituale della moglie e l'aiuto economico del fratello, anch'esso regolarmente soggiornante in Italia.

Instaurato il giudizio davanti al T.A.R. ligure, la difesa dell'amministrazione, peraltro, insistendo nella propria posizione, produceva, una denuncia contro l'interessato per il delitto di cui all'art. 605 c.p. in danno del coniuge per fatti, però, successivi al provvedimento impugnato.

I giudici amministrativi a conclusione del giudizio di merito accoglievano, come anticipato, la tesi del ricorrente, affermando, anzitutto che l'amministrazione non può allegare in giudizio fatti astrattamente ostativi al diniego di rinnovo verificatesi in un momento temporale successivo al provvedimento amministrativo impugnato e sui quali ancora, peraltro, non risultavano essere stati compiuti atti di indagine.

Nel merito, poi, provvedevano ad annullare il provvedimento impugnato per omessa valutazione in merito all'eventualità che il nucleo familiare possa aiutare economicamente il congiunto.

Recita la sentenza: “il collegio deve convenire con le censure dedotte nella parte in cui si lamenta l'insufficienza della motivazione a dar conto dell'impossibilità di concedere il richiesto permesso per attesa occupazione. Manca infatti nel provvedimento la considerazione dell'eventualità che il nucleo familiare possa sovvenire il congiunto nelle ordinarie esigenze di vita” (T.A.R. Liguria, Sez. II, 29 luglio 2014, n. 1244).

 

 

 

 

 

Caltanissetta, i futuri rifugiati politici dormono in strada. Nel centro di accoglienza i posti non bastano

di Giovanni Maria Bellu

I suoi 470 ospiti (questo il loro numero, la scorsa settimana) non sono “clandestini”, ma persone che hanno fatto domanda di asilo politico a attendono di incontrare la commissione territoriale che deciderà se la domanda può essere accolta. Non solo non hanno commesso alcun reato ma, spesso, ne sono rimasti vittime nei Paesi dai quali sono stati costretti a fuggire. E altri reati li hanno subiti durante il viaggio verso la costa africana. Vivono come prigionieri e, tuttavia, possono considerarsi fortunati. Avere un letto all'interno del Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Caltanissetta è già un privilegio. All'esterno, lungo una strada priva di marciapiede, c'è un bivacco permanente che ospita dagli ottanta ai cento richiedenti asilo. Vivono là nella speranza che si liberi qualche posto nella struttura. La scorsa settimana uno di loro, un profugo pakistano, è stato investito accidentalmente da un'auto di passaggio. E' ricoverato all'ospedale, in coma.

Nel 2011 l'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni emanò una circolare che vietava ai giornalisti di entrare nei Cara e nei Cie (i Centri di identificazione ed espulsione). In seguito a quel divieto, e in nome della difesa della libertà d'informazione, fu avviata la campagna “LasciateCIEntrare” che è andata avanti anche dopo il ritiro di quella circolare. Visitare i luoghi dove vengono ospitati gli immigrati continua a essere complicato. Lo stato in cui si trova il Cara di Caltanissetta aiuta a comprendere il perché: le condizioni igieniche sono precarie, i servizi insufficienti, il sovraffollamento è costante. Oltre ai disagi determinati dal fatto che il Centro si trova a sei chilometri dalla città e, non avendo a disposizione nemmeno un euro, i suoi ospiti devono raggiungerla a piedi. Infatti formalmente sono liberi. In attesa d'essere esaminati dalla commissione che stabilirà se hanno diritto all'asilo politico. “Un'attesa – racconta l'avvocato Alessandra Ballerini – che può durare anche un anno”,

Alessandra Ballerini, legale genovese, da anni impegnata nella tutela dei diritti dei migranti, ha visitato il Cara di Caltanissetta venerdì scorso assieme a Fulvio Vassallo Paleologo, docente di diritti umani all'Università di Palermo e Gabriella Guido, portavoce della campagna LasciateCIEentrare. Della visita sarà redatto un report, l'ennesimo, che fornirà all'opinione pubblica e anche alle autorità elementi per valutare se le condizioni di questi centri sono compatibili col dovere, sancito dalla Costituzione e dai trattati internazionali, di aiutare quanti fuggono da guerre e persecuzioni.

Il Cara di Caltanissetta si trova in località Pian del Lago ed è diviso in due blocchi. Il primo – che ospita 110 persone – di cemento armato, il secondo – che ne ospita 360 – è costituito da container. I 47. In ogni blocco ci sono 6 wc e 4 docce per 48 persone. “La nostra visita – racconta Alessandra Ballerini – era stata annunciata e quando siamo entrati abbiamo notato che i servizi erano stati appena puliti. Ciò nonostante erano sporchi, come se fosse la loro condizione irreversibile, e puzzavano”. Analoga la situazione nel settore più grande, quello dei container (sono in tutto 35), dove per tutte le 360 persone sono disponibili 48 wc e 24 docce. Anche nelle parti adibite a mensa si ha l'impressione immediata di una struttura inadeguata al numero degli ospiti. Infatti, siccome i tavoli sono insufficienti, mangiano a turno.

La vita quotidiana è scandita dal nulla, a parte un corso di italiano di base che si tiene nella mensa, alle cui pareti sono stati appesi disegni di barche e mare. L'impressione è di trovarsi non in un luogo di istruzione per persone adulte, ma in una classe delle scuole elementari. Per le spese quotidiane, ogni ospite dispone di una chiavetta caricata con 2,5 euro con la quale può acquistare bevande, sigarette e schede telefoniche all'interno del Cara. E' questa la ragione per cui, giunti a piedi a Caltanissetta, i richiedenti asilo spesso chiedono l'elemosina .

Ma a Pian del Lago non c'è solo il Cara, cioè il centro di accoglienza. Con esso – separato da un doppio recinto di sbarre altissime – c'è anche il Cie, il Centro di identificazione ed espulsione. Qua non ci sono richiedenti asilo, ma persone che attendono di essere allontanate dal territorio nazionale. Si tratta di reclusi a tutti gli effetti. Al momento della visita erano 96 su una capienza totale di 98. Tra loro anche quattro ragazzini all'apparenza minorenni, portati là il 30 agosto dopo lo sbarco. Ma – attraverso il discusso esame che viene effettuato attraverso la radiografia del polso – sono stati ritenuti maggiorenni e spediti là. Sono impauriti. Attendono che i loro parenti – ai quali è giunta la notizia della detenzione – inviino i certificati che attestano la loro vera età.

Tra Cara e Cie gli ospiti sono in tutto oltre 550. A occuparsi di loro la Cooperativa Auxilium che mette a disposizione otto persone, tra mediatori culturali e interpreti. Per assistere i richiedenti asilo nelle pratiche per il riconoscimento, ci sono quattro “esperti legali”. Ma nessuno di loro ha il titolo di avvocato, né è laureato in giurisprudenza.

23 settembre 2014

 

 

 
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