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Progetto “PER RESTARE UMANI” ( con la collaborazione di ANPI MONTESELLA, Ass. SENZA PAURA, CENTRO DELLE CULTURE, Comitato per la Pace “RACHEL CORRIE”, ARCI,  NUOVI PROFILI)

Presenta:

28 gennaio 2012 h 09:00-12:00 in Piazza Rissotto- Ge Bolzaneto

E

INCONTRO PUBBLICO

CITTADINANZA DI DIRITTO!

INTERVENTI DI A. BALLERINI

ASSOCIAZIONE NUOVI PROFILI

TESTIMONIANZE  DIRETTE

28 gennaio 2012 ore 17:30

sede ANPI MONTE SELLA


 


 

LasciateCIEntrare

“CIE e CARA – Istruzioni per l’uso”

Incontro di formazione ed approfondimento con i giornalisti

 

Roma – 30 gennaio 2012 – ore 10.00

FNSI – C.so Vittorio Emanuele II, 349

Sala  Azzurra – I piano

 

Programma del workshop

 

INTRODUZIONE E SALUTI

10,00           Accoglienza e registrazione

 

10, 15          Saluto di apertura da parte di Roberto Natale – Presidente della FNSI   –  Federazione Nazionale della Stampa Italia e componente  del    comitato promotore della campagna. Presentazione della  CARTA DI ROMA

 

10,30           Gabriella Guido – campagna LasciateCIEntrare -  Brevi cenni della campagna realizzata nel 2011, la mobilitazione, l’abrogazione della Circolare n. 1305, lo sviluppo della fase di informazione e sensibilizzazione in Italia

 

10,45           Alessandro Valera – EUROPEAN ALTERNATIVES – La rete e la campagna a livello europeo

 

FORMAZIONE

 

11,00           Alessandra Ballerini – Avvocato ASGI – Normativa in tema di espulsione e detenzione amministrativa (testo unico, regolamento     di attuazione, Cedu e direttive); Normativa in tema di diritto di asilo, protezione e Art. 18; Diritti Umani inviolabili e casi si inespellibilità; informazioni sui singoli centri e sulle realtà che lavorano sul territorio, enti gestori e regolamenti

 

11,45           Fulvio Vassallo Paleologo – Avvocato ASGI – I centri di accoglienza per richiedenti asilo

 

INTERVENTI

 

12,00           Stefano Galieni – Giornalista - “Corpi in gabbia: CIE, dove puntare lo sguardo”

 

12,15           Mohamed Amine Chouchane – Testimonianza - “Essere un’ospite due mesi al CIE di Ponte Galeria”

 

12,30           Apertura a domande, interventi e dibattito

 

13,00           Chiusura dei lavori

 

Per informazioni:

Gabriella Guido – 329.8113338

Raffaella Cosentino – 333.7401795

 

Piano di Formazione 2011 2012 - Ciclo di conferenze “La normativa sull’immigrazione e l’impatto sul sistema educativo”

 

18 e 25 Gennaio 2012 – Sala Chierici Biblioteca Berio – Orario 14,30 – 17,30

sarà replicato nei giorni

1 e 22 Febbraio 2012 – Sala Conferenze Centro Civico di Cornigliano – Orario 14,30 – 17,30

Relatrice: Avvocato Alessandra Ballerini

 

Programma degli argomenti trattati durante gli incontri:

  • Le fonti del diritto e la loro gerarchia per capire il valore di trattati, direttive, leggi, decreti e circolari, le loro modalità di applicazione e influenze sui nostri diritti.
  • La nostra Costituzione (la prima parte, i diritti fondamentali), contenuti ed applicabilità; l'indivisibilità dei diritti come Suo presupposto fondamentale.
  • La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Carta di Lisbona, la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo: analisi degli articoli principali, loro portata ed interpretazione.
  • Breve analisi degli articoli principali del Testo Unico sull'Immigrazione (decreto legislativo 286/98) e delle successive modifiche legislative arrivando al “pacchetto sicurezza” (legge 94/2009), le sue numerose criticità e quindi le sentenze della Corte Costituzionale che hanno dichiarato l'incostituzionalità di alcuni articoli.
  • Particolare attenzione sarà dedicata: ai diritti dei minori, alla possibilità di richiedere il permesso di soggiorno, al diritto all'unità familiare, al diritto di cittadinanza. Uno sguardo anche alla normativa in tema di espulsioni, respingimenti e detenzione amministrativa degli stranieri irregolari.
  • Valore giuridico delle circolari (frequentissime in tema di immigrazione); rassegna di quelle di maggiore interesse in tema minori, istruzione e immigrazione
  • Ampio spazio sarà dedicato all’esposizione di esperienze dirette, attraverso gli interventi dei partecipanti e della stessa relatrice, riguardo l'incidenza delle normative sulla vita di tutti i giorni dei cittadini italiani o stranieri.

Nell’occasione saranno distribuiti ai partecipanti alcuni materiali inerenti le tematiche e gli argomenti su esposti.

Il Responsabile

Riccardo Damasio

 

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants

Prova a immaginare: tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai, potrebbe essere stato arrestato nello stato di arrivo che non prevede che si possa arrivare semplicemente partendo e che per questo arresta quelli che arrivano mettendoli nei centri di detenzione o in prigione. Aspetti qualche giorno, guardi immagini alla televisione del luogo in cui potrebbe essere arrivato, per sperare di vederlo. Capisci anche che tuo figlio o tuo fratello non è l’unico a non aver telefonato dopo essere partito. Insieme alle altre famiglie chiedi allora alle autorità del tuo paese di informarsi, di capire se sono tutti in qualche carcere, speri che lo siano anche se temi che non vengano trattati bene. Ma le autorità non fanno nulla, non chiedono e non ti ascoltano, per mesi. Tu nel frattempo fai presidi, manifestazioni, parli con i rappresentanti di alcune associazioni, con i giornalisti, porti la foto di tuo figlio o di tuo fratello ovunque, ti affidi a ogni persona che viene dall’altro paese, le dai le foto, la data di nascita, le impronte digitali. Vuoi sapere. 
Ma non accade nulla e cominci a immaginare: potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia. 

Immagini, tu? Per alcune e alcuni di noi non si tratta di immaginare perché è quello che ci è successo. Sono partiti dalla Tunisia con le barche e in molti non hanno più dato notizia di sé. Sono morti? Sono in carcere? Sono…?

Per saperlo chiediamo ora alle autorità italiane e tunisine di collaborare. Sarebbe molto semplice, perché in Tunisia le carte di identità sono con le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti. Chiediamo, allora, che i parenti dei dispersi possano fare una domanda al Ministero degli esteri tunisino affinché fornisca le impronte digitali al Ministero degli interni italiano e a questo chiediamo di rispondere.

Immagini, tu? Se riesci a immaginare ti chiediamo di sostenere con una firma questo appello.

Per firmare: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995

 

Meglio il carcere che le terre di nessuno

Se non avessi visto i lividi su braccia e toraci, se non avessi sentito ripetere gli insulti e le minacce subite dagli arrestati. Se non avessi letto i referti medici e le denunce delle vittime di arresti brutali e fermi arbitrali, la notizia di un Ministro che si preoccupa finalmente del sovraffollamento delle carceri e intende porvi rimedio (anche) deviando i nuovi ingressi verso le guardine di questure e caserme, potrebbe rallegrarmi.


Ma quelle ferite le ho viste e quelle infamie le ho sentite. E quindi la notizia di una legge che preveda che migliaia di persone in stato di arresto o di fermo debbano attendere anche 96 ore l’udienza di convalida nelle guardine di questure e caserme, lontani dagli occhi di tutti senza alcun controllo esterno nè giudiziario in un luogo frequentato solo da divise, mi mette i brividi.

Sia ben chiaro, il carcere, se lo vedi o lo vivi da vicino è un male che non auguri a nessuno. Quando entri in un carcere e guardi esseri umani stipati in otto o nove in celle così anguste che manca persino lo spazio per i letti che vengono acastellati a pile di tre; quando osservi gli occhi disperati dei prigionieri, qualunque sia la loro colpa o la loro sorte, non pensi neppure per un attimo che questa pena possa rieducare nè che possa esisterne una peggiore.

Ma almeno in carcere ci sono delle regole (per quanto odiose) e ci sono dei controlli. In carcere girano guardie, ma anche medici, psicologi, educatori, giudici, criminologi e volontari. Nelle caserme e nelle questure no. Qui le celle sono terra di nessuno e nessuno infatti le visita, non i giudici, non psicologi o criminologi, non volontari nè educatori. Nessun “civile”. Solo uomini delle forze dell’ordine peraltro privi di tesserini di identificazione.

Nelle terre di nessuno, si sa, tutto può succedere. E tutto può restare “coperto”, non dimostrabile e dunque impunito. Leggo la notizia di questa riforma “svuota-carceri” e ripenso alle torture di Bolzaneto e della Caserma San Giuliano: ragazzi e ragazze tenuti in piedi per ore, denudati, offesi, feriti, minacciati, picchiati e umiliati in ogni modo. So che quelle torture sono state possibili perchè in quei giorni genovesi del luglio di dieci anni fa lo Stato di diritto ha ceduto il passo allo Stato di polizia e so che quelle atrocità sono state commesse anche perchè si era permesso per ragioni di “praticità” che i manifestanti fermati fossero rinchiusi in luoghi diversi dal carcere e perfettamente adatti alla tortura, ovvero inacessibili a tutti se non ai torturatori e qualche ministro distratto o connivente. E so che molti di quei torturatori resteranno impuniti anche perché nel nostro codice penale manca la previsione del reato di tortura.

Svuotare le carceri è un’ottima idea ma  per realizzarla si potrebbe intanto pensare didepenalizzare reati che colpiscono non comportamenti realmente pericolosi e criminogeni ma categorie di persone (come quelli previsti nella legge Fini-Giovanardi contro i tossicodipendenti e la Bossi-Fini e i vari successivi “pacchetti sicurezza” contro gli immigrati) e di modificare la legge sulla recidiva, evitando così di creare annualmente  migliaia di nuovi detenuti.

La privazione della libertà personale è già la peggiore delle pene. Tutto quello che a questo supplizio viene arbitrariamente aggiunto è tortura. Una riforma carceraria equa dovrebbe avere come scopo principale ridurre il più possibile la tortura del carcere ed evitare il compimento di torture in questure o caserme.

 

ADAMA, una donna colpita prima dalla violenza di un uomo e poi da quella delle istituzioni, da ieri sera è finalmente libera! Il suo coraggio e la protesta collettiva di migliaia di donne e di uomini, e ancora la presa di posizione di decine di associazioni, hanno reso possibile ciò che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile. Adama è libera! La brezza fresca e impetuosa della nostra rivolta ha aperto per una volta la porta di quel luogo inutile e brutale che è il Cie. Ci sarà tempo nei prossimi giorni per altre considerazioni. Ora, ciò che importa, è che Adama è libera e può prendere in mano la sua libertà.

Migranda

Altri articoli:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/11/30/news/adama_uscita_dal_cie_ora_sar_protetta-25877039/#commenta

 

 

Adama è rinchiusa nel Cie di Bologna, rinchiusa dopo aver chiamato la polizia per denunciare le violenze subite dal suo ex compagno. Corriere Immigrazione aderisce all'appello di Migranda per l'immediata liberazione di Adama. Per aderire all'appello inviare una mail a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

L'APPELLO. Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno.

Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.
Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.
Dacorriereimmigrazione.blogs.com

 

 

Rifugiati: è nostro dovere restituirgli un futuro

Vengono dal Ghana, dal Mali, Sudan, Nigeria, Etiopia, Somalia e Pachistan.

Tutti fuggiti “a forza” dalla Libia. Sono uomini e donne (c’è anche una bimba) ospitati (ma, sarebbe meglio dire, finalmente accolti) in una struttura Ligure della Croce Rossa. Qui i militi e i volontari pensano a tutto e non fanno mancare nulla: c’è la scuola di italiano, buon cibo, vestiti, interpreti ed empatia.

Loro, i profughi, sono sbarcati pochi mesi fa a Lampedusa e ora aspettano di essere convocati dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento dello Status di Rifugiato.

Il fu Ministro Maroni aveva dichiarato da subito che solo una piccola percentuale dei profughi arrivati in questi mesi sulle nostre coste avrebbe avuto diritto allo status di rifugiato. Si stima che siano arrivati in Italia circa 60.000 profughi dall’inizio dell’anno e di certo la politica italiana non è orientata a dare a tutti loro un’autorizzazione a restare nel nostro Paese. Con numeri così elevati per i nostri standard (ma non già per quelli dellla Germania o della Francia) non sarà facile per nessuno per quanto neutrale ed esperto vedere e riconoscere in ogni singolo profugo le ragioni della sua fuga dal Paese di origine ed il diritto ad un approdo e ad una permanenza sicura in Italia. Nei grandi numeri è facile perdere di vista i diritti e lo staus giuridico dei singoli. Migliore fortuna avrebbero potuto avere quegli stessi profughi se fossero arrivati in Italia “spalmati” in un periodo di tempo più lungo, in tre anni piuttosto che in 9 mesi e in una situazione economica-politica. Ma i profughi raramente hanno fortuna.

E così, riuscire a “superare” l’intervista in Commissione non sarà cosa semplice.

Non lo è mai: raccontare a un gruppo di estranei in una manciata di minuti tutto il peggio che la vita ti ha riservato, le torture, la prigionia, gli abusi, i lutti, le umiliazioni, il terrore, la vergogna. E magari mostrare cicatrici che vorresti cancellare e ricordi che vorresti rimuovere.

Provo a spiegare loro che proprio perché questa intervista è così difficile sarebbe utile iniziare a prepararsi per tempo: abituarsi a raccontare l’indicibile e a ricordare l’irripetibile.

Uno di loro si fa coraggio e inizia a parlare. Mette in fila in ordine sparso pezzi di vita, orrori, fughe e paure.

Poi si ferma, come bloccato. Tentiamo di dargli coraggio, sembra una terapia di gruppo per profughi.

Gli mostro una mia cicatrice e gli spiego che so quanto sia imbarazzante e doloroso esporre le proprie sofferenze a degli sconosciuti.

Lui mi risponde che il problema non è raccontare ma fare capire quello che prova. Mi dice proprio così: “io posso anche dire tutto quello che mi è successo ma loro non capiranno quello che sento”.

Già…

Gli spiego che “loro” sono esperti che ascoltano ogni giorno storie atroci di profughi e che hanno tutti gli strumenti per capire (e spero anche per “sentire”) quello che lui dice e sente.

Lo incoraggio a continuare a raccontare perché è davvero importante prepararsi per questo incontro con la Commissione, imparando a vincere ogni pudore, perché saranno “loro”, i membri della Commissione, a decidere se potrà avere protezione in Italia o se dovrà essere rimandato da dove era scappato.

L’esito della sua intervista determinerà il suo futuro.

Lui scuote la testa e mi gela: “il futuro l’ho già perso“.

E’ poco più che un ragazzo, parla un inglese perfetto e ha una bellissima moglie seduta al suo fianco. E’ scappato anni fa dalla Nigeria per salvarsi da persecuzioni religiose e si è rifugiato in Libia. Lì ha subito la detenzione e le discriminazioni che il regime di Gheddafi era solito infliggere ai profughi neri. Poi è scoppiata la guerra e ci si sono messi pure i ribelli a perseguitarlo credendolo un mercenario al soldo di Gheddafi. E intanto dal cielo cadevano bombe.

Non restava che la fuga forzata con i militi di Gheddafi che lo spingono sulle barche non senza averlo prima derubato di tutto quel poco che ancora aveva. Anche il futuro. Ma almeno questo sarebbe nostro dovere restituirglielo.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/rifugiati-nostro-dovere-restituirgli-futuro/172899/

 
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