Genova per l'Aquila
A Marta Vincenzi, Sindaco di Genova
Al Prof. Nando Dalla Chiesa, Responsabile del Progetto Genova Città dei diritti
La Settimana dei Diritti individua le urgenze e le emergenze, fissa l’agenda per il prossimo anno. L’esigenza primaria è di esser concreti, di tradurre in fatti lo sdegno e l’impegno.
Ecco una proposta, già annunciatavi durante la Messa dei diritti, a San Siro, il 18 luglio u.s., accolta quasi con entusiasmo liberatorio dai numerosissimi presenti. È che tutti sentiamo un forte moto di ribellione per quanto non la Natura, ma il Governo di questo Paese sta infliggendo ai cittadini dell’Aquila e dei centri d’intorno.
Il mancato avvio di una concreta azione di ricostruzione, l’utilizzo spregiudicato in chiave affaristica del sisma, la gestione poliziesca del territorio, la condizione di abbandono che gli abruzzesi, inascoltati, continuano a denunziare, la violenta repressione della protesta (a Roma, il 7 luglio), la difficoltà di accesso all’informazione e l’inadeguatezza da parte del Servizio Pubblico, costituiscono patente violazione dei diritti fondamentali in cui si estrinseca la cittadinanza: se la Repubblica richiede nel suo patto fondativo l’adempimento di inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale, non è dubbio che essi siano stati e continuino ad esser disattesi, a danno di chi, a pieno diritto, chiede di non esser abbandonato nel bisogno e nella disperazione.
Tali fatti spingono affinché Genova, Città dei Diritti, non solo non resti passiva ma, con una condivisa azione di protesta, si renda in termini propositivi portatrice e sostenitrice dell’esigenza di un’azione di monitoraggio istituzionale continuativa del dopo terremoto.
Tale azione sembra utilmente perseguibile in sede ANCI (l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia) che, a norma di statuto, tutela e rappresenta gli interessi generali dei Comuni, avendone la rappresentanza nei rapporti con il Governo, il Parlamento e tutte le istituzioni o gli Enti centrali, dinanzi alle istituzioni e agli organismi internazionali e dell’Unione Europea.
L’ANCI ha di già avviato un’azione di supporto tecnico in favore dei Comuni terremotati ed è all’evidenza utile perseguire e sostenere tale obiettivo.
Sembra però parimenti indispensabile perseguirne uno ulteriore, di essenziale importanza in questo momento: che si dia avvio ad un’azione di tutela dei cittadini dei Comuni terremotati incentrata sul monitoraggio continuativo delle politiche e degli interventi del Governo nazionale e regionale. L’obiettivo è quello della massima trasparenza, sia in chiave retrospettiva che prospettica, e va perseguito con determinazione, al fine di ristabilire quelle condizioni di accesso alla conoscenza dei fatti, oggi mancanti, fondamentali per stabilire chi porti la responsabilità di una situazione ogni giorno più grave.
L’idea è dunque che Genova, forte del ruolo assunto di Città dei diritti, interprete di un sentimento sicuramente condiviso dai più, lanci la protesta e attivi l’iniziativa in sede ANCI.
Genova, 27 luglio 2010
SE VOLETE ADERIRE, ENTRO E NON OLTRE IL 10 SETTEMBRE P.V., SCRIVETEMI UNA MAIL O COMMENTATE QUI SOTTO! GRAZIE!
Promotori primi firmatari
Silvia Bisti
Alessandra Ballerini
Francesco Buccellato
Anna Raybaudi
Enrico Rovida
Enrica Origo
Elisabetta Rossi
Ambra Gaudenzi
Francesco Saverio Fera
Alfredo Alacevich
Patrizia Imperato
Enzo Paradiso
Aderiscono
Don Andrea Gallo
Anna Baraggioli
Rino Ponte
Stefano di Marco
Anna Pessino
Mara Lai
Antonella Bormida
Stefano Di Marco
Monica Fossa
Anna Baraggioli
Sergio Gibellini
Franca Speranza
Andrea Cosulich
Claudia Nosenghi
Florio Calamati
Francesca Dagnino
Simohamed Khaabour
Salvatore Ombra
Simone Stagnaro
Francesca Amici
Mauro Sessarego
Il direttore Mazzeo
SONO trent'anni che Salvatore Mazzeo, direttore del carcere di Marassi, fa questo mestiere. «Ma un periodo così difficile non me lo ricordo», confessa. La prigione di Genova è un inferno, con il doppio dei reclusi previsti, trecento tossicodipendenti, quasi un centinaio di sieropositivi e cinquanta casi psichiatrici gravi. Un inferno, proprio come gli altri sei istituti della regione. Un inferno per duemila reclusi e milletrecento guardie. La visita a sorpresa nelle prigioni liguri di un consigliere regionale (Matteo Rossi) e di un avvocato specializzato nel tutelare i diritti degli ultimi (Alessandra Ballerini), ha denunciato la disumanità di questo sistema. Un sistema che dovrebbe rieducare duemila detenuti, e invece li rende peggiori. Due metri quadri a disposizione per ogni detenuto: secondo i parametri europei dovrebbero essere almeno nove. Strutture fatiscenti e sovraffollate, niente docce e a volte neppure una finestra. Persone malate che vengono abbandonate a loro stesse. Agenti sotto organico: rispetto alle assegnazioni ufficiali ne mancano 404. Tre bimbi a Pontedecimo con le mamme detenute: uno non parla ed è rachitico, non ha mai visto il sole. UN PERIODO così difficile non se lo ricorda, dice. «A Marassi i detenuti sono ottocento, il doppio di quelli tollerati. E il numero continua ad aumentare: in Italia ogni mese ci sono mille reclusi in più». Detenuti, guardie e avvocati sono d'accordo. Così si fa solo il male di tutti, presente e futuro. Ci si imbarbarisce. E il punto di non ritorno è vicino. «Bisogna intervenire presto. E mi auguro che le annunciate misure governative saranno realizzate. Sono previsti interventi di edilizia penitenziaria: nuovi bracci detentivi, e nei prossimi anni la costruzione di altri istituti». Anche a Genova o in Liguria? «No. Però se aumentano le celle altrove, potremo almeno svuotare un po' le nostre». Un po' poco. «Sarà introdotta la detenzione domiciliare per chi deve passare ancora in carcere meno di un anno. A Marassi ci stiamo attrezzando con una sezione speciale». Resta un inferno. «Da settembre faremo partire i lavori perché ogni cella della sezione 'giudicabili' (quelli in attesa di giudizio) abbia la sua doccia. Riguarderà 250 persone, in tre mesi dovrebbe essere tutto finito. Oggi in effetti le docce sono altrove e spesso trasferire i reclusi diventa un problema per questioni di organizzazione e numero di agenti». Il detenuto va trattato con umanità e rieducato: questo dice la Costituzione. «Il dipartimento con una circolare ha invitato a 'diminuire' in tempo che i reclusi trascorrono in cella: stiamo lavorando per aumentare le occasioni di colloqui esterni». Sembrano tanti piccoli rattoppi. «Noi stiamo davvero facendo del nostro meglio, qui a Marassi: abbiamo iniziato il laboratorio di falegnameria, il panificio va a gonfie vele, presto partirà il 'mercato del pesce', dove il pescato sarà pulito e confezionato per la vendita. Il 30 settembre ci sarà un'altra rappresentazione teatrale. Ma...» Ma? «Ma l'istituto resta sovraffollato, ci sono celle con 9 detenuti. L'estate è calda, cerchiamo di tenere i 'blindi' aperti fino all'una di notte per fare circolare un po' d'aria». La polizia penitenziaria fa i salti mortali, le guardie a Marassi sono 303 e dovrebbero essere 472. «Siamo come al circo, dico ai miei, solo che ci tocca fare tutto contemporaneamente: i trapezisti, i clown e i venditori di zucchero filato». Tossicodipendenti, sieropositivi. Decine di tentativi di suicidio. «Ho appena chiesto alla Asl di aumentare l'attenzione sui soggetti psichicamente fragili. Il semplice controllo della polizia non limita i rischi. Servono più psichiatri». Invece aumentano solo i detenuti. «Dovremmo garantire processi più rapidi. La metà dei detenuti attende il giudizio, mentre la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere l'eccezione. Meno reclusi, ed un miglior uso delle misure alternative: dobbiamo dare delle possibilità concrete a queste persone di reinserirsi nella società». MAZZEO Il direttore del carcere di Marassi non nasconde il momento critico e annuncia interventi per migliorare la situazione. Ma si tratterà, inevitabilmente, di palliativi BALLERINI L'avvocato Alessandra Ballerini ha effettuato un vero e proprio tour attraverso le carceri genovesi. Per denunciarne la situazione di assoluta invivibilità ALFANO Il ministro della giustizia resta nel mirino. Con il governo Berlusconi, nonostante il numero dei delitti sia calato, si è registrato un aumento delle carcerazioni.
(Massimo Calandri, La Repubblica-Il Lavoro, 22 Luglio 2010, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/22/il-direttore-mazzeo.html)
Carceri liguri, all'inferno senza ritorno
UN PASSO e mezzo, dietrofront. Un passo e mezzo, dietrofront. C'è poco da scegliere, i metri a disposizione sono solo due. E anche oggi fa un caldo bestiale, roba da impazzire. D'accordo, chiedere l'aria condizionata qui in prigione sarebbe un sacrilegio. Ma almeno una finestrella, una di quelle classiche che si vedono nelle barzellette: con le sbarre di ferro. Invece niente. Neanche una finestra. E per la doccia bisogna fare una domanda scritta. Non puoi nemmeno metterti a dormire, perché le brande del letto a castello sono tre e quando ti sdrai sembra di soffocare. Anche oggi per l'ora d'aria libera - aria libera? - non c'è niente da fare: mancano le guardie per sorvegliare, e allora tutti dentro. Dentro. Non resta che la televisione, per rincoglionirsi un po'. Un passo e mezzo, dietrofront. I detenuti liguri - che costano 150 euro al giorno alla comunità - sono quasi duemila. E tutti nelle stesse condizioni. Dice l'articolo 27 della Costituzione Italiana che dovrebbero essere trattati con umanità e rieducati. Ma dentro quelle celle sovraffollate, costretti come animali, possono solo peggiorare: e quando escono sono più pericolosi di prima. Lo racconta un emozionante e dettagliato rapporto scritto in questi giorni da un consigliere regionale, Matteo Rossi, e da un avvocato specializzato nell'occuparsi dei diritti degli ultimi, Alessandra Ballerini. I due in un paio di settimane hanno visitato a sorpresa le sette carceri della regione: Genova (Marassie Pontedecimo, compresa la sezione femminile), Sanremo, Imperia, Savona, Chiavari, La Spezia. Hanno parlato con i direttori delle strutture, con il comandante della polizia penitenziaria. E con i reclusi. Hanno ascoltato, visto. E preso appunti. Ne è uscito un libro bianco fitto di cifre impressionanti. Disumane. Non deve quindi sorprendere l'ultima giornata nera delle Case Rosse, l'altro ieri: a Marassi in meno di ventiquattr'ore un detenuto ha tentato di impiccarsi ma è stato salvato appena in tempo dalle guardie; poi è scoppiata una gigantesca rissa tra dieci persone nella zona ad 'alta sicurezza'; in serata un altro recluso con problemi psichici ha dato fuoco alla propria cella. Vale la pena di leggere a proposito di quest'ultima storia il commento di un sindacalista della polizia penitenziaria, Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa: «Alle ore 17 a Marassi erano ristretti 780 detenuti. A fronte di una capienza massima di 450. Questo ammasso di persone, cui sono sottratti spazi fisici vitali, non può non alimentare tensioni ed aggressività, che si manifestano con atti violenti, in ogni caso ingiustificabili. Ma anche la forte carenza di personale impedisce una concreta azione preventiva alle violenza». E questo è il pensiero delle guardie. I detenuti da parte loro avrebbero tante cose da raccontare. Ma non possono. E allora provano a farlo Alessandra Ballerini e Matteo Rossi, che in questo loro viaggio all'inferno sono stati accompagnati a volte anche da Simone Leoncini. Lo sapevate che nella prigione di Pontedecimo c'è con la sua mamma (detenuta) un bimbo di due annie mezzo che non ha mai parlato? Prima pensavano che fosse sordo, e invece no. Ci sente, ma non riesce a parlare. Non è mai uscito dalla prigione, non ha mai incontrato una logopedista. Ha problemi di deambulazione, i piedi convergenti. È rachitico, perché non ha mai preso un raggio di sole. Anche il suo papà è recluso, ma a Marassi. Un'altra storia. A Marassi nell'ex centro clinico ci sono almeno cinquanta malati psichiatrici, tutti a rischio suicidio: «Sembra di entrare all'inferno», scrivono i due autori della relazione. Storia numero tre. Nel carcere di Imperia i metri quadri a disposizione per ciascun 'ospite' sono due. Hanno diritto a 4 ore d'aria al giorno, in un cortile «piccolissimo, totalmente a cielo aperto, esposto al sole o alla pioggia». Spesso restano comunque in cella «perché non c'è personale per sorvegliarli». Quarta storia, anche questa presa a caso. A Savona la struttura viene definita «inquietante»: «Umidissima, cade letteralmente a pezzi. Ci sono bacinelle ovunque perché piove dentro, muffa dappertutto e impianti non a norma. In spazi ristretti per un carcere che ospita il doppio delle persone che potrebbe contenere. Anche le aree comuni sono state adibite a celle perché non sapevano più dove metterei detenuti: che si ritrovano in celle senza finestre». Per fortuna, «la polizia penitenziaria è disponibile ed empatica coi detenuti e si fa portavoce delle loro lamentele». Il caso peggiore è naturalmente quello di Marassi. Il numero dei detenuti è praticamente doppio rispetto a quello massimo previsto. Gli agenti sono un terzo in meno di quelli che sono stati ufficialmente assegnati. Ogni mese ci sono almeno dieci tentativi di autolesionismo, l'ultimo suicidio è quello di un giovane che ha annusato il gas del fornelletto da cucina. Circa trecento reclusi sono tossicodipendenti, le patologie più ricorrenti sono Hiv, epatite, tubercolosi. Di quei 150 euro al giorno per carcerato, 3 sono per il cibo: colazione, pranzo e cena, vedete un po' voi quale può essere la qualità. Con ottocento ospiti, è praticamente impossibile avere un pasto caldo: i fornelletti in cella servono proprio a quello, a riscaldare. Ma qualcuno poi finisce regolarmente per provare ad uccidersi. Sanremo è l'altro inferno: quasi quattrocento detenuti, il doppio di quelli previsti. Trecento tossicodipendenti, la metà in cura psichiatrica. «A dire del direttore, i rapporti sono ottimi e non ci sono tensioni né sono mai state registrate aggressioni». Ballerini e Rossi ci sono andati subito, a Sanremo, anticipando di qualche settimana il loro progetto: «Perché un detenuto è morto in circostanze misteriose. Forse per un infarto, forse perché è caduto dalla terza branda del letto a castello. La verità non la si conosce ancora. Ma vi pare possibile?». Le relazioni finiranno sul tavolo del presidente della Regione Liguria. «Non possiamo continuare a fare finta di nulla», dice Rossi, eletto nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà. «Ho visto disponibilità in molti direttori delle strutture, e anche nella polizia. Però mancano i mezzi. E allora queste persone sono condannate due volte: c'era sfiducia e rassegnazione nei loro volti, continuando così - e dopo avere speso comunque tanto - restituiremo alla società delle persone, malate, sconfitte. Pericolose. Va rivista la legge, bisogna creare delle vere misure alternative. E dobbiamo dare delle opportunità a questa gente, per quando uscirà: la Regione deve investire. Cominciando ad istituire la figura di un garante per le carceri». Alessandra Ballerini scuote la testa: «C'è una sola cosa che in prigione non manca mai: la tivù. Il narcotico perfetto». La tivù. Oppure un passo e mezzo. Dietrofront.
(Massimo Calandri, La Repubblica-Il Lavoro, 21 Luglio 2010, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/21/carceri-liguri-allinferno-senza-ritorno.html)
Genova - Un mondo di Diritti
(Palazzo Tursi, 20 Luglio 2010)
Prima parte
Seconda Parte
Intervento al convegno di Palazzo Tursi sul tema dei diritti umani.
Hanno partecipato Lucia Castellano, Dino Cofrancesco, Ilaria Cucchi, Giuliano Giuliani, Giuliano Pisapia. Ha condotto Nando dalla Chiesa.
[Fonti: http://www.youtube.com/watch?v=h-Hmp9brJvw e http://www.youtube.com/watch?v=ECzjm7mnqYA]
Diritto di asilo in frantumi. Gli Eritrei ancora nelle gabbie libiche.
Un silenzio plumbeo continua a gravare sulla sorte dei circa duecento eritrei deportati da Misurata a Brak, in pieno deserto, per avere rifiutato di firmare, con il pretesto di una offerta di regolarizzazione per lavoro, dei moduli di identificazione predisposti dalla loro ambasciata. Adesso anche gli ultimi telefoni tacciono, e probabilmente le guardie libiche, che finora hanno fornito satellitari e vie di fuga, a pagamento naturalmente, hanno ricevuto nuovi ordini, di impedire qualsiasi comunicazione con l'esterno. Intanto sembra ancora in corso la raccolta delle adesioni all'”accordo di integrazione” che dovrebbe permettere agli eritrei di uscire dal carcere militare nel quale sono rinchiusi per essere trasferiti in un comune libico nel quale sarebbero obbligati a svolgere “lavori socialmente utili” sotto il controllo della locale prefettura. Un accordo truffa che passa attraverso la rinuncia alla richiesta di asilo, che consentirà la identificazione dei profughi da parte dell'ambasciata eritrea, e che permetterà a Gheddafi e a Berlusconi di continuare a dire che in Libia non esistono richiedenti asilo, e che dunque le pratiche di respingimento collettivo, e quindi di detenzione, si rivolgono soltanto verso “migranti illegali”, che vanno puniti per avere fatto ingresso irregolare in Libia e deportati nei paesi di origine. Anche se si tratta di somali, sudanesi, nigerini, togolesi, nigeriani o eritrei che potrebbero chiedere asilo o un altro status di protezione internazionale. Anche se le punizioni con i bastoni o con i manganelli elettrici violano i più elementari diritti dell'uomo.
Tutti assimilati dunque alla “comoda” (per governi e polizie) categoria di migrante economico (da sfruttare e) da respingere, quando la sua presenza non conviene più, una logica che l'Europa ha insegnato agli stati africani, prima paesi di transito, adesso come la Libia, anche paesi di destinazione. E da giorni circola sui giornali italiani, persino sul Giornale di Sicilia di Palermo, la falsa notizia della “soluzione del problema”, con l'annuncio del rilascio ai profughi eritrei di permessi di soggiorno per lavoro. Un annuncio che non ha significato la libertà per nessuno. Una realtà di comodo nella quale tutti i principali attori di questa vicenda recitano le parti a memoria, con un alternarsi sistematico di abusi e violenze ai limiti (e oltre) della tortura, seguiti poi da gesti di apparente apertura, come le “visite guidate” in alcuni centri di detenzione che le autorità libiche concedono periodicamente per tentare di dimostrare il pieno rispetto dei diritti umani dei detenuti. Secondo le ultime notizie di fonte libica, gli eritrei sarebbero “ospiti temporanei” della Grande Jamahiria, trattati con tutti i riguardi, al punto che persino le organizzazioni umanitarie consorziate con l'IOPCR, ente libico che dovrebbe assistere i migranti, come l'OIM, la Mezza Luna Rossa, e fino a poco tempo fa anche l'UNHCR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, li possono visitare, garantendo in questo modo che non fossero esposti ad abusi. Adesso, dopo l'ennesima visita guidata di qualche ora, avvenuta forse in una giornata di domenica, ripeteranno la stessa litania, buona solo per i tanti che si sentono con la coscienza a posto solo perché queste tragedie avvengono in un paese africano, ormai lontano dalle pulsioni dell'opinione pubblica e senza scomodi testimoni.
Addirittura, dopo il clamore suscitato dalla vicenda, secondo una ANSA dell'11 luglio, che cita come fonte l'agenzia di stampa libica Jana, Gheddafi, avrebbe ordinato venerdì sera a Tripoli, un'inchiesta sulla situazione degli emigrati eritrei che si trovano in Libia. Come riferisce l'ANSA, “in un recente comunicato del Ministero degli esteri libico, anch'esso apparso sulla Jana, la Libia ha smentito con vigore le informazioni riportate dalla stampa straniera sul trattamento degli emigrati eritrei rinchiusi nei centri di detenzione. Questi eritrei, riporta il comunicato del Ministero degli Esteri libico, sono 400 e soggiornano nei campi di detenzione per un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni durante i quali sono trattati, sempre secondo la nota, «in un'ottica umanitaria, come ospiti in attesa di ritornare nel loro Paese d'origine». Ospiti che quando saranno ricondotti nel loro paese di origine, magari dopo essere stati costretti a firmare richieste di rimpatrio, o essere stati per qualche tempo comuni migranti economici, potranno essere sottoposti ad altre violenze e torture.
Secondo la Reuters, che cita la stessa agenzia di stampa libica Jana, "ci sono circa 400 migranti illegali dell'Eritrea detenuti in centri in Libia e vengono trattati come ospiti temporanei".
"Le autorità libiche hanno aperto i centri di detenzione agli organismi umanitari e ai rappresentanti diplomatici perché testimonino le condizioni e il trattamento dei migranti", ha detto l'agenzia. "È una cosa che di per sé smentisce le accuse di maltrattamento".
Insomma l'opinione pubblica italiana può dormire sonni tranquilli, il sonno dell'ignoranza e della vergogna, i “clandestini” dalla Libia non arriveranno più ed è bene che vadano isolati quei pochi mestatori che si ostinano a chiedere il riconoscimento del diritto di asilo dei profughi eritrei detenuti in quel paese ed il loro trasferimento in un paese firmatario della Convenzione di Ginevra, in grado di garantire effettivamente la protezione internazionale. Anche se in questo senso si è espresso anche ECRE che costituisce il massimo organismo a livello comunitario per la difesa dei rifugiati. E alcuni deputati europei hanno richiesto di convocare i rappresentanti della Libia e dell'Italia davanti alla Commissione per i diritti dell'Uomo del Parlamento Europeo, per chiarire la vicenda degli eritrei deportati da Misurata a Brak. Magari, tra qualche giorno, qualcuno ci verrà a raccontare che a Brak gli eritrei sono alloggiati in un albergo a cinque stelle e che questa emergenza se la sono inventata i giornalisti e gli antirazzisti italiani.
Alcuni dati certi smentiscono le informazioni più ottimistiche di fonte libica, date per buone, oltre che dalla maggior parte della stampa italiana, dai nostri esponenti di governo, preoccupati soltanto di non guastare il clima di collaborazione instauratosi con Gheddafi dopo il Trattato di amicizia del 2008 , un accordo internazionale che costerà agli italiani cinque miliardi di euro in venti anni. In Libia le retate, gli arresti sommari e le deportazioni continuano fino a questi giorni e le conferme non vengono solo dai rapporti di Amnesty International (2010), e di Human Rights Watch (2009) ma dal governo libico e dalle missioni dell'Agenzia FRONTEX e del Parlamento Europeo.
Innanzitutto è provato che la Libia pratica da anni e su vasta scala arresti e deportazioni di massa, anche se le missioni internazionali non si accorgono sempre che tra i cd. migranti economici “illegali” che vengono deportati ve ne sono a migliaia che potrebbero chiedere asilo o protezione internazionale.
Per confermare questo dato basta leggere il Report della Missione tecnica inviata in Libia dal 28 maggio al 5 giugno del 2007 dall'agenzia comunitaria per il controllo delle frontiere esterne FRONTEX, secondo la quale nel solo 2006 erano stati 32164 i migranti illegali “detained” in Libia e 53842 quelli “deported” verso i paesi di origine. E sono noti i dati contenuti nelle relazioni per il 2005 ed il 2006 della Corte dei Conti che ha documentato il finanziamento da parte italiana di oltre 5300 rimpatri dalla Libia verso i paesi di origine. Altro che ospiti! E sono tutte circostanze ben note al nostro governo, anche se negli ultimi anni si è tolto alla Corte dei Conti il potere di indagare su queste operazioni di vera e propria deportazione. Nel settembre del 2009, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto, "Scacciati e schiacciati", che documentava la politica di interdizione dell'Italia e il rinvio sommario di migranti e richiedenti asilo in Libia. Il rapporto documentava inoltre i frequenti abusi subiti dai migranti durante la detenzione in Libia, così come la pratica generale di detenere i migranti “irregolari” per periodi indefiniti. E gli stessi abusi sono confermati da un rapporto ancora più recente di Amnesty International.
Secondo Bill Frelick, direttore del Refugee Program di Human Rights Watch Il governo italiano “dovrebbe offrire immediatamente accoglienza ad almeno 11 Eritrei che aveva respinto, in precedenza, in Libia, dove ora sono detenuti con la minaccia di deportazione in Eritrea”. "L'Italia non ha mai dato a questi individui la possibilità di chiedere asilo, e adesso essi corrono il grave rischio di ritrovarsi scaricati nel deserto o deportati in Eritrea," ha dichiarato Frelick, "L'Italia è responsabile per le persone che ha respinto in Libia, un Paese senza legge sull'asilo che li ha brutalizzati. È l'Italia che li ha esposti a questo pericolo, ed è l'Italia che da tale condizione dovrebbe toglierli." Alcuni di loro sono stati in grado di contattare Human Rights Watch. Hanno dichiarato il timore che riempiendo con le proprie generalità questi moduli forniti dall'ambasciata Eritrea, metteranno in pericolo le proprie famiglie in Eritrea e forse spianeranno la strada per la propria deportazione. "Il governo eritreo considera coloro che scappano dal Paese come dei traditori" ha detto Frelick, "Che la Libia richieda loro di fornire al governo da cui sono scappati le proprie generalità, dimostra che sono ancora in pericolo in Libia".
Secondo i media italiani, 140 dei detenuti eritrei rinchiusi a Misurata hanno firmato i moduli. Alcuni di loro hanno riferito a Human Rights Watch che quanti hanno firmato lo hanno fatto sotto costrizione o per inganno, e che hanno paura delle conseguenze per le proprie famiglie ancora in Eritrea. Sempre secondo HRW, le autorità libiche stanno usando mezzi durissimi sui detenuti per costringerli a firmare i moduli. I detenuti hanno informato Human Rights Watch che 10 dei 205 Eritrei che erano stati trasferiti dal centro di detenzione di Misurata a quello di Brak (Al Biraq), erano stati portati all'aperto e picchiati. Il 7 luglio, un gruppo rimasto a Misurata, composto da 31 uomini, 13 donne e 7 bambini, ha detto di essere stato picchiato dopo aver rifiutato nuovamente di riempire i moduli.
Il ministro Vito in un recente dibattito parlamentare, pochi giorni fa alla Camera, ha invece riferito come il 24 giugno scorso, l'assistente dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati abbia incontrato a Tripoli “il Ministro degli esteri libico ed ha espresso la gratitudine dell'Alto commissariato per la sensibilizzazione svolta dal Ministro Frattini nei confronti delle autorità libiche”. Con quali risultati si è già visto e, purtroppo, lo si vedrà ancora in futuro.
Lo stesso ministro ha poi comunicato che “l'Alto commissariato potrà proseguire ufficiosamente nell'assistenza dei rifugiati in Libia e, contestualmente, avvierà un negoziato per un memorandum di intesa, che costituisca il quadro giuridico per l'operatività in Libia in forma ufficiale”.
Secondo Vito, in merito, poi, al trasferimento di immigrati irregolari eritrei dal centro di Misratah a quello di Sebha, il Ministero degli affari esteri fa sapere che, secondo la nostra ambasciata, vi sarebbero stati tumulti nel centro di Misratah dovuti, verosimilmente, alla distribuzione, da parte delle autorità libiche, di formulari per selezionare personale da adibire a lavori socialmente utili. Gli interessati, però, avrebbero scambiato tali formulari per documenti finalizzati al rimpatrio in Eritrea”. Sempre secondo Vito, “Il nostro ambasciatore ha incontrato il Viceministro degli esteri libico, il quale ha confermato che le autorità libiche stanno completando la raccolta dei dati personali degli immigrati eritrei, per poi affidarli a diverse shabìe (una sorta di prefetture) ed avviarli a lavori socialmente utili”. Dunque anche per l'Italia, come per Gheddafi, i migranti eritrei non sono richiedenti asilo, ma soltanto dei migranti economici ai quali, se va bene, può essere concesso al massimo un permesso di soggiorno per lavoro. Esattamente quello che da settimane con violenze ed abusi indicibili i libici stanno cercando di estorcere agli eritrei detenuti a Misurata ed adesso trasferiti per punizione a Brak.
Il rappresentante del governo dà poi notizia del negoziato in corso tra Libia ed Unione europea per un accordo quadro che comprende “un ampio capitolo migratorio”, aggiungendo che “la Commissione europea è impegnata, conformemente al mandato del Consiglio, ad ottenere dalle autorità libiche anche garanzie sulla tutela delle persone che necessitino di protezione internazionale”. Peccato che nessuno ricordi in Italia la Risoluzione del Parlamento Europeo del 17 giugno scorso, che di fatto impone una sospensione dei negoziati fino a quando la Libia non garantirà il pieno rispetto dei diritti umani.
E invece il governo italiano ha approvato il Decreto legge 6 luglio 2010, n. 102 che proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace, di stabilizzazione e delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia. All'art. 4 (Missioni internazionali delle Forze armate e di polizia) si autorizza “la spesa di euro 2.023.691 per la proroga della partecipazione di personale del Corpo della guardia di finanza alla missione in Libia, di cui all'articolo 5, comma 22, del decreto-legge 1° gennaio 2010, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 marzo 2010, n. 30, e per garantire la manutenzione ordinaria e l'efficienza delle unita' navali cedute dal Governo italiano al Governo libico, in esecuzione degli accordi di cooperazione sottoscritti tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista per fronteggiare il fenomeno dell'immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani”.
Questa è la risposta, con i fatti, che il governo italiano fornisce oggi a quanti hanno criticato, anche a livello internazionale gli accordi di respingimento collettivo avviati nel 2007 e perfezionati nel febbraio del 2009 dal ministro Maroni in missione a Tripoli. Una risposta che produrrà altri respingimenti, altri arresti, ed altre deportazioni come quella, violenta ed ingiustificata, subita dagli eritrei di Misurata.
Nel 2009 l'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay denunciava le politiche nei confronti degli immigrati che "con una chiara violazione del diritto internazionale, vengono abbandonati e respinti senza un'adeguata verifica del fatto che stiano o meno fuggendo da persecuzioni". Il 15 settembre 2009 la Pillay citava la "tragica evenienza" del gommone di eritrei rimasto senza soccorsi tra la Libia, Malta e l'Italia nel mese di agosto dello stesso anno. E osservava come "la pratica della detenzione dei migranti irregolari, della loro criminalizzazione e dei maltrattamenti nel contesto dei controlli delle frontiere deve cessare. (...) Che cosa è rimasto oggi di quella severa denuncia della detenzione arbitraria, dei respingimenti collettivi in acque internazionali e dei ripetuti casi di omissione di soccorso?
Nei mesi scorsi l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati (UNHCR) aveva anche raccomandato che gli stati di transito si astenessero dal rinviare con la forza in Eritrea persone ai quali fosse stato negato asilo, per il pericolo che gli Eritrei respinti potessero essere sottoposti a detenzione e tortura.
Eppure il 5 luglio l'ufficio di Ginevra dell''UNHCR, quando era già in corso la deportazione degli eritrei da Misurata, si limitava ad auspicare soltanto il reinsediamento di coloro che non possono rientrare nel paese di origine e si trovano in paesi terzi che, come la Libia, non garantiscono il diritto di asilo ed il rispetto dei più elementari diritti dell'uomo, auspicando un maggiore impegno dei paesi europei nell'accoglienza delle persone ridislocate (resettlement), mentre in un precedente comunicato dello scorso anno si osservava come “the number of individuals resettled from Libya remains low” non più di qualche decina all'anno. A differenza dello scorso anno, silenzio totale da parte dell'Ufficio UNHCR di Roma sulla deportazione violenta degli eritrei in un carcere militare. Un silenzio assordante mentre i profughi da Brak continuano a chiedere aiuto. E non certo per trovare un posto di lavoro.
Si può immaginare che siano in corso trattative riservate per restituire almeno una parvenza di operatività all'Ufficio di Tripoli, almeno per i casi già esaminati, anche se la Libia continua a non sottomettersi a nessuna Convenzione internazionale che preveda un qualche riconoscimento effettivo del diritto di asilo. Ma con quali prospettive,viene da chiedersi, quando le pratiche dei respingimenti collettivi, delle retate indiscriminate e delle deportazioni di massa continuano, e soprattutto quando l'Italia e la Libia negano persino l'esistenza in Libia di richiedenti asilo e la stessa Libia non intende aderire alla Convenzione di Ginevra?
A queste condizioni sarebbe forse meglio che l'Ufficio centrale di Ginevra dell'UNHCR denunci le gravi violazioni dei diritti dei rifugiati in Libia, in particolare per quanto riguarda gli eritrei e tutti coloro che non sono di fede musulmana, piuttosto che continuare a seguire una linea di basso profilo che non sembra più in grado di garantire una tutela effettiva alle migliaia di richiedenti asilo rinchiusi ed abusati nelle carceri e nei centri di detenzione di Gheddafi.
Si può comunque rilevare lo stretto collegamento tra gli attacchi all'Alto Commissariato portati avanti da Maroni e La Russa lo scorso anno, dopo la denuncia dei respingimenti collettivi di richiedenti asilo in acque internazionali effettuati da mezzi della Guardia di Finanza, ed adesso la “temporanea” chiusura degli uffici UNHCR a Tripoli, voluta dai libici perchè l'UNHCR, assistendo i richiedenti asilo avrebbe posto in essere “attività illegali”. Si tratta di fatti incontrovertibili che dimostrano la perfetta “sinergia” tra il governo italiano e quello libico nel negare persino l'esistenza di richiedenti asilo e dunque nel cancellare, non solo in Libia, ma anche nel Mediterraneo ed in Italia, quel poco che rimane del diritto di asilo, un diritto fondamentale della persona affermato, non solo dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dalle direttive comunitarie, ma anche dall'art. 10 della Costituzione italiana.
L'Unione Europea dovrebbe adottare sanzioni per la violazione dei principi di libertà e non respingimento affermati nella carta dei Diritti fondamentali, e la Corte Europea dei diritti dell'Uomo dovrebbe finalmente condannare l'Italia per i respingimenti collettivi effettuati lo scorso anno a partire dal 6 maggio. Sempre che nel frattempo i libici non riescano a fare scomparire i ricorrenti, dando modo al governo italiano di chiedere la cancellazione della causa dal ruolo, come si è verificato altre volte in passato.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
Continua la congiura del silenzio mentre i libici torturano e deportano i profughi eritrei.
Apprendiamo con angoscia crescente, ogni giorno che passa, delle torture e del rischio di “deportazione in patria” subiti dagli eritrei trasferiti il 30 giugno dal centro di detenzione di Misurata alla prigione di Brak, in pieno deserto vicino Sebha, una prigione gestita direttamente dalle forze di sicurezza libiche. Neppure le decine di persone che erano state gravemente ferite a Misurata, durante i primi tentativi di “identificazione” da parte di rappresentanti del governo eritreo, vengono curate e sembrerebbe che almeno due eritrei non siano più ritornati nelle camerate, dopo essere stati condotti nelle sale di tortura del carcere di Brak. Dopo un viaggio in condizioni disumane, stipati dentro un container, probabilmente trainato da una delle motrici Iveco cedute dall'Italia alla Libia, nell'ambito degli accordi di collaborazione in materia di contrasto dell'immigrazione irregolare, centinaia di uomini, giovani donne e minori, detenuti in condizioni disumane, rimangono esposti ad abusi sistematici, sorte che da anni tocca in Libia a tutti gli eritrei che vengono arrestati dalla polizia, come già confermato da testimonianze dirette e da dettagliati rapporti delle principali agenzie umanitarie, Human Rights Watch ed Amnesty International, da ultimo, proprio pochi mesi fa.
Mentre i carcerieri libici stanno infliggendo, ancora in queste ore, le peggiori torture ai detenuti eritrei, e mentre potrebbero ripetersi gli abusi e le violenze sessuali, che la maggior parte delle donne giunte in Italia dalla Libia hanno confermato, la stampa italiana, con l'eccezione dell'Unità, del GR 3 e di qualche sito web, continua ad ignorare sistematicamente fatti gravissimi che dovrebbero inquietare la coscienza di chiunque. Evidentemente anche chi protesta contro la “legge bavaglio” che limita la libertà di informazione, quando si tratta di abusi subiti da migranti in Libia preferisce tacere, forse perché sarebbe troppo rischioso far conoscere all'opinione pubblica quali e quanti sono i vari responsabili degli accordi tra Italia e Libia contro l'immigrazione irregolare, e quali le connivenze di cui gode nel nostro paese il regime di Gheddafi negli ambienti politici, economici e giornalistici.
Eppure i fatti da raccontare, che hanno anticipato la deportazione dei profughi eritrei, non mancherebbero. All'inizio di giugno Gheddafi ha deciso di chiudere - con l'accusa di svolgere attività illegale - la piccola delegazione di Tripoli dell'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati che, malgrado la Libia non aderisse alla Convenzione di Ginevra, almeno riusciva ad incontrare alcuni richiedenti asilo, proprio come gli eritrei trattenuti a Misurata. Una delegazione molto importante, al punto che il governo italiano l'aveva richiamata in diverse occasioni per giustificare gli accordi di cooperazione con la Libia ed i respingimenti collettivi in acque internazionali. Il Parlamento Europeo lo scorso 17 giugno protestava per le esecuzioni capitali che la giustizia libica aveva sancito dopo processi senza alcuna garanzia effettiva di difesa, in alcuni dei quali erano coinvolti anche degli immigrati nigeriani. Nella sua risoluzione, in diversi passaggi, il Parlamento europeo esprimeva anche forte preoccupazione per la sorte dei migranti bloccati in Libia, ricordando il divieto di trattamenti inumani o degradanti, oltre che della tortura e della pena di morte.
Adesso centinaia gli eritrei detenuti in Libia sono sottoposti giorno dopo giorno a trattamenti inumani o degradanti e rischiano di essere riconsegnati ad altri torturatori, che già li attendono nel paese di origine, oppure di essere dispersi nel deserto, ancora una volta alla mercé dei trafficanti e dei poliziotti collusi. La collaborazione Italia-Libia nel contrasto dell'immigrazione irregolare, in realtà nel blocco e nell'arresto di migliaia potenziali richiedenti asilo, procede da un “successo” ad un altro. Il tutto condito dalla “cattiveria” annunciata, e poi praticata dal ministro Maroni. Mentre società italiane si stanno preparando a costruire una barriera elettronica che dovrebbe impedire gli attraversamenti dei confini meridionali della Libia dopo che poliziotti italiani hanno svolto corsi di addestramento degli agenti libici. Ci si potrebbe chiedere, con quali risultati sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali della persona?
Nessuna delle autorità italiane e straniere alle quali sono stati rivolti accorati appelli per la liberazione degli eritrei deportati da Misurata ha ancora avviato una azione di pressione sulla Libia perché questo scempio di persone innocenti cessi al più presto. Sembra soltanto che sia stata presentata una interrogazione parlamentare, una iniziativa importante ed utile, almeno per fare memoria, alla quale seguirà la solita scontata litania da parte di qualche sottosegretario con delega all'immigrazione, che garantirà il rispetto dei diritti umani in Libia.
Eppure anche il parlamento italiano potrebbe fare qualcosa, dopo avere approvato a larghissima maggioranza, prima alla Camera nella seduta del 21 gennaio 2009, presieduta da Rosy Bindi, con 413 voti a favore, su 513 votanti, appena 63 contrari e 37 astenuti (i nomi si possono rinvenire nei siti che riportano gli atti della Camera) e poi al Senato, con analoga maggioranza bipartisan il 6 febbraio dello stesso anno, la legge di ratifica 7/09, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 40 del 18 febbraio 2009, e dunque il Trattato di amicizia tra Italia e Libia del 30 agosto 2008, che a sua volta includeva e rendeva operanti i precedenti protocolli d'intesa siglati dal governo Prodi con Gheddafi nel dicembre del 2007. Accordi in base ai quali erano previsti, oltre alla cessione di mezzi navali e terrestri, un sistema di comando interforze unificato a guida libica, “manovre congiunte e scambio di esperti e tecnici”.
Un raro esempio di politica “bipartisan”, che continua con la vicendevole omertà degli ultimi giorni, un caso piuttosto raro ormai, in tempi di (almeno apparenti) contrapposizioni frontali, che in questo campo, quando è in gioco il rispetto dei diritti umani di uomini, donne, minori, sono sfumate in un gelido voto di ratifica sulla base delle politiche di “larghe intese”. Senza che successivamente, almeno, fosse rispettato l'impegno contenuto in un ordine del giorno, approvato contestualmente alla stessa legge di ratifica nel febbraio del 2009, che prevedeva di verificare, dopo un anno, la situazione dei rapporti con la Libia, inviando in quel paese una delegazione parlamentare per verificare lo stato di attuazione degli accordi ed il rispetto dei diritti umani dei migranti. Nell'ultimo viaggio di Berlusconi a Tripoli neppure un cenno a questo tema, mentre veniva risolto l'ennesimo sequestro in acque internazionali, ma ormai affidate al controllo libico, di tre pescherecci mazaresi da parte delle motovedette regalate dall'Italia a Gheddafi. Non si vede che senso possa avere a questo punto sollecitare il rispetto di quei rari passaggi del trattato che richiamano formalmente i diritti umani e spostano la responsabilità dei viaggi della speranza sugli stati confinanti con la Libia, proposta recentemente avanzata da Livia Turco. È l'intero Trattato di amicizia con la Libia del 2008, con i protocolli operativi del dicembre 2007, che va immediatamente sospeso.
Sarebbe bene che i parlamentari ed i partiti che hanno approvato gli accordi con la Libia riflettessero sulle attuali conseguenze del loro voto di ratifica degli accordi italo-libici, soprattutto per la legittimazione che quel voto ha rappresentato per le politiche più violente di Gheddafi nei confronti dei migranti, in gran parte potenziali richiedenti asilo, persone che se fossero giunte in Italia, come gli eritrei, avrebbero certamente avuto diritto ad una protezione internazionale, come oggi sono costretti a riconoscere alcuni fautori del Trattato.
Adesso, probabilmente, di molti degli eritrei detenuti e torturati a Brak non si saprà più nulla, i morti saranno fatti sparire come in passato, altri saranno dispersi nel deserto, altri ancora scompariranno nelle segrete delle carceri e nei campi di lavoro forzato in Eritrea, dopo la loro deportazione. Le loro famiglie non sapranno più nulla di loro.
Come è successo per altri migranti che, a partire dal 2004, hanno tentato anche di difendersi inviando istanze e presentando ricorsi ai più importanti organismi internazionali, come la Commissione Europea e la Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Il governo italiano, quando è stato chiamato in causa, ha dato prova di raro cinismo, mettendo in discussione la stessa esistenza dei ricorrenti, attaccando sistematicamente gli avvocati che erano riusciti a raccogliere le denunce delle persone, presentate prima della loro espulsione, da centri di detenzione italiani, come negli anni dal 2004 al 2005, o che si era riusciti a fare arrivare fino alla Corte di Strasburgo, per la prima volta lo scorso anno, da un un centro di detenzione in Libia, dopo un respingimento collettivo praticato direttamente da mezzi militari italiani.
Adesso il timore è che, ancora una volta, coloro che hanno presentato (o potrebbero presentare) denunce e ricorsi davanti a tribunali o organismi internazionali possano essere deportati dalla Libia e quindi fatti scomparire.
La Corte Europea dei diritti dell'uomo, con una decisione assai grave (Caso Hussun/Italia del 19 gennaio 2010), che riguardava un gruppo di immigrati trattenuti nel 2005 in un centro di detenzione italiano, alcuni fuggiti dal centro e quindi irreperibili nel territorio italiano, altri successivamente espulsi in Libia, ha affermato che la circostanza che i migranti avessero perso i contatti con gli avvocati, magari a distanza di anni di tempo dal ricorso, rendeva lo stesso ricorso individuale privo di un interesse da affermare, quasi come se fosse venuto meno l'interesse della persona (che aveva lamentato una violazione della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo ma che non era più in contatto con il suo avvocato) ad ottenere una sentenza di condanna dello stato che era chiamato in causa.
Al paragrafo 49 della decisione di cancellazione dal ruolo del caso Hussun/Italia, si osserva come “tenuto conto della impossibilità di stabilire il benché minimo contatto con i ricorrenti in questione, la Corte considera che i loro rappresentanti non possono, in modo significativo, continuare la procedura pendente innanzi a lei (vedere, mutatis mutandis, Ali c. Svizzera, 5 agosto 1998, §§ 32-33, Recueil des arrêts et décisions 1998 V e Tubajika c. Paesi Bassi, no 6864/06, dec. 30 giugno 2009)”. Secondo la Corte “in queste circostanze, è in effetti impossibile approfondire la conoscenza di elementi di fatto riguardanti la particolare situazione di ogni ricorrente. Soprattutto per quanto riguarda i ricorrenti espulsi, non è possibile per la Corte acquisire informazioni riguardanti, da una parte, il luogo in cui questi ricorrenti sono stati rinviati in Libia e, dall’altra parte, le condizioni di accoglienza di questi ultimi da parte delle autorità libiche”. Come se si dovessero attendere le memorie scritte dei ricorrenti espulsi in Libia per conoscere le “condizioni di accoglienza”o, meglio, a “quali trattamenti disumani o degradanti” sarebbero stati esposti in maniera sistematica, abusi sui quali non si dovrebbe più dubitare, come recentemente ammesso anche dal Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) dello stesso Consiglio d'Europa, in un dettagliatissimo rapporto sulla Libia.
Una decisione, questa della Corte di Strasburgo che, se si legge oggi alla luce delle “sparizioni” sistematiche di migranti detenuti in Libia, “sparizioni” che si stanno verificando in modo più evidente e tragico in questi giorni, ma che si sono verificate anche negli anni passati, ai danni di nigeriani e somali soprattutto, oltre che di eritrei, interroga sul ruolo effettivo di garanzia che la Corte può ancora assolvere nei casi di trattamenti inumani o degradanti inflitti ai migranti irregolari espulsi o respinti in quel paese o in altri paesi di transito, o nei casi di respingimento collettivo, praticati con il concorso di autorità appartenenti a paesi firmatari della Convenzione, casi vietati adesso anche dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.
Vorremmo invece, oltre al blocco - già avvenuto - dei negoziati tra l'Unione Europea e la Libia in materia di immigrazione, che la Corte Europea dei diritti dell'uomo si pronunci al più presto sul ricorso presentato contro l'Italia dopo i respingimenti collettivi in mare effettuati da nostre unità militari il 6 e 7 maggio dello scorso anno. Da quella decisione e dalla sua portata potrebbe dipendere il destino di molte vite, non solo quello dei ricorrenti, una circostanza che, al di là del carattere individuale del ricorso, la Corte di Strasburgo non può certo ignorare.
Non sappiamo come e quando il Parlamento Italiano rispetterà i suoi impegni di inviare una delegazione in Libia per verificare l'applicazione degli accordi, con specifico riferimento al rispetto dei diritti umani dei migranti arrestati in quel paese e dei potenziali richiedenti asilo. Vorremmo soltanto che i parlamentari, che nel 2009 hanno votato in massa a favore di quegli accordi, pensino qualche volta alle tragiche notizie che giungono dalla Libia ancora in questi giorni, quando guardano negli occhi figli e mogli al sicuro nelle loro case. E che magari provino a sollecitare in Parlamento una sospensione immediata degli accordi con Gheddafi fino a quando la Libia non si atterrà, nella forma e nella sostanza, al rispetto delle convenzioni internazionali che garantiscono i diritti umani e la protezione dei rifugiati. Speriamo ancora che, anche tra coloro che in passato hanno votato a favore degli accordi con la Libia, si diffonda e possa alla fine prevalere la consapevolezza delle conseguenze dirette ed indirette di quella scelta.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
Ancora sequestri in acque internazionali
Alla vigilia dell'ennesima visita di Berlusconi a Tripoli le motovedette “donate” dall'Italia a Gheddafi hanno sequestrato tre pescherecci di Mazara del Vallo ed i loro equipaggi, conducendoli nel porto libico di Bengasi. Nella mattinata del 10 giugno l'Alibut, il Mariner 10 e il Vincenza Giacalone sono stati bloccati mentre insieme ad altri pescherecci (sembra sette) erano impegnati in una battuta di pesca nel Golfo della Sirte. Il sequestro è avvenuto a circa trenta miglia dalla costa, in una zona considerata unilateralmente dai libici di propria esclusiva competenza. Solo pochi giorni fa, nella stessa zona, le autorità maltesi ed italiane avevano consentito che i libici portassero a compimento l'ennesima “caccia” ai battelli carichi di migranti, e un gruppo di profughi eritrei, con donne e bambini a bordo, che avevano chiesto asilo e soccorso all'Italia, era stata raggiunta e ricondotta nel porto di partenza.
Dopo che le autorità italiane e maltesi hanno consentito ai libici di entrare nelle acque internazionali per andare a riprendersi i migranti in fuga verso la Sicilia, Gheddafi riafferma così la sua sovranità sulle acque del Canale di Sicilia che fino al maggio del 2009 erano presidiate dai mezzi della Marina militare italiana che, anche per questa loro dislocazione, avevano potuto effettuare migliaia di salvataggi di richiedenti asilo, impedendo al contempo che i libici continuassero con la pratica dei sequestri illegali in acque internazionali ai danni dei pescherecci siciliani. Spesso questi sequestri avevano preceduto o seguito importanti vertici internazionali nei quali la Libia usava i corpi dei migranti e le vite dei pescatori come strumento di pressione per ottenere importanti riconoscimenti economici e politici malgrado la perdurante situazione di gravissime violazione dei diritti umani in quel paese.
Sono anni infatti che la Libia accentua la politica dei sequestri quando sono in fase di conclusione trattative per chiudere accordi con gli stati europei o con l'Unione intera, come sta avvenendo anche in queste settimane. Una politica violenta basata sul ricatto, alimentata dagli interessi economici dei grandi gruppi finanziari italiani, come Fiat, Unicredit, e Finmeccanica, tra gli altri, che adesso dovrebbe costruire una barriera elettronica ai confini meridionali della Libia. Una politica che à stata indotta dagli interessi politico-elettorali dei governanti di segno diverso che hanno fatto dell'Italia il principale alleato di Gheddafi in Europa, condividendo con il dittatore libico le pratiche più violente di negazione quotidiana degli elementari diritti della persona, sperimentate da tempo ai danni dei migranti e degli oppositori politici. Del resto il rifiuto da parte dell'Italia di riconoscere ed introdurre nell'ordinamento interno il reato di tortura, già previsto a livello internazionale, dimostra quale sensibilità hanno i nostri attuali governanti per il rispetto dei diritti umani.
Dopo i protocolli operativi sottoscritti da Amato nel 2007, richiamati espressamente dal “Trattato di amicizia” concluso da Berlusconi con Gheddafi nell'agosto del 2008, i mezzi militari forniti dall'Italia alla Libia hanno avuto ampi poteri di intercettare imbarcazioni cariche di migranti in acque internazionali, anche perché i mezzi della Marina Militare che prima controllavano quelle acque sono stati “arretrati” a poche miglia dalle coste italiane, al limite delle acque territoriali, lasciando di fatto senza possibilità di soccorso le imbarcazioni cariche di migranti in rotta verso Lampedusa e Malta. Questo nuovo posizionamento dei mezzi militari italiani ha esposto i pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia agli attacchi violenti, anche a colpi di mitra, che le motovedette libiche hanno ripetutamente effettuato ai danni di persone indifese (italiani e immigrati insieme) che stavano lavorando duramente per mantenere le proprie famiglie.
In base ai trattati internazionali, di certo, al di fuori dei casi di terrorismo, pirateria ed inquinamento ambientale, solo da parte dello stato di bandiera (o con la autorizzazione dello Stato di bandiera) si può esercitare un potere di interdizione della navigazione di una imbarcazione che transita in acque internazionali. A meno che non si ottenga l’autorizzazione preventiva dello stato di bandiera, o che l’imbarcazione sia priva di segnali identificativi. Il sequestro dei pescherecci mazaresi da parte dei libici risulta privo di basi legali e discende dalla dichiarazione unilaterale di Gheddafi in ordine all'appartenenza alla Libia delle acque internazionali corrispondenti alla “piattaforma africana”, fino quasi a lambire le acque territoriali maltesi ed italiane, una appropriazione indebita che è stata favorita dagli accordi bilaterali di cooperazione nel contrasto dell'immigrazione irregolare, stipulati nel tempo dai governi italiano, maltese e libico.
Sono anni che la marineria mazarese paga un contributo altissimo alle politiche di respingimento collettivo in mare, e più recentemente di omissione di soccorso e di abbandono dei migranti irregolari alle autorità libiche, una politica che è costata la vita di migliaia di persone, annegate in mare o morte nei deserti africani, una politica che il governo italiano ha adottato per chiudere la porta in faccia a qualche migliaio di migranti, in gran parte potenziali richiedenti asilo, tra i quali molte donne e bambini. Una politica disumana che, malgrado le denunce e le critiche di tutte le autorità internazionali, persino da parte del Papa, sta proseguendo nell'indifferenza generale e nell'assuefazione della popolazione italiana, ormai stordita dall'egoismo sociale indotto dalla crisi e dalle paure collettive alimentate da una informazione a senso unico, anche per la scarsa memoria delle attuali forze di opposizione, che in passato hanno promosso e favorito gli accordi con la Libia (come ha fatto Prodi quando era Commissario Europeo).
Anche la politica locale ha avvertito il disagio delle popolazioni coinvolte nella insensata guerra ai richiedenti asilo nelle acque del Canale di Sicilia. Il deputato regionale del Partito delle libertà Scilla ha dichiarato: “Adesso basta. Non possiamo più accettare ulteriori atti di pirateria. Da un lato i nuovi regolamenti comunitari con misure sempre più restrittive, dall’altro una guerra assurda nel Canale di Sicilia, rendono impossibile la sopravvivenza di un settore già fortemente provato dalla crisi economica. Non si può più accettare che con cadenza regolare, vengono a verificarsi episodi che minano la serenità della nostra comunità”. Ma le politiche di Maroni e di Frattini continuano a creare le premesse per il soffocamento del settore peschereccio, malgrado le dichiarazioni di solidarietà e l'impegno per ottenere il rilascio dei pescatori (non solo siciliani, ma anche tunisini) sequestrati nei porti libici.
Gli operatori economici rilevano come gli effetti di questa “guerra ai migranti” possano compromettere le sorti di un intero comparto economico che versa già in una situazione di grave crisi, coinvolgendo direttamente le famiglie dei pescatori siciliani. “Abbiamo già attivato tutti i canali diplomatici affinché i tre pescherecci sequestrati possano essere rilasciati nel più breve tempo possibile”, ha dichiarato Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto produttivo per la Pesca di Mazara del Vallo. Tumbiolo ha anche contribuito alla ricostruzione dei fatti, taciuti dalle autorità italiane, aggiungendo: "Abbiamo fatto in modo che i comandanti dei tre pescherecci, che sono stati presi a bordo delle motovedette libiche potessero mettersi in contatto con il sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti. Ora attendiamo solo sviluppi positivi della vicenda e il rilascio di equipaggi e dei motopesca”. “È stato un atto di pirateria”. Così l'armatore Giacalone ha commentato il sequestro dei tre motopesca mazaresi. Ed ha aggiunto, “noi non siamo guerrieri, siamo soltanto gente che va a lavorare per 800 o 900 euro al mese per sfamare la propria famiglia”.
Il sequestro dei tre pescherecci mazzaresi da parte delle motovedette libiche è solo il più recente di una lunga serie. Il 22 luglio dello scorso anno altri due pescherecci della marineria di Mazara del Vallo sono stati sottoposti a sequestro dalle autorità libiche. I due pescherecci, il ‘Monastir’ ed il ‘Tulipano’, di proprietà della stessa società, la ‘Medina’, con a bordo complessivamente 14 persone, sei delle quali tunisine, sono stati bloccati nelle acque a nord del golfo della Sirte Libia e scortati fino al porto militare di Homs. Un altro episodio risale al 4 marzo del 2009, giorno successivo ad una visita di Berlusconi in Libia, quando, sempre nel golfo della Sirte, le unità nordafricane bloccarono il Chiaraluna con dieci uomini di equipaggio. L'imbarcazione era stata intercettata a circa quaranta miglia dalla costa della Libia, e fu rilasciata dopo cinque giorni. Nel 2008 altri due pescherecci di Mazara del Vallo, il Valeria I e il Vito Mangiaracina, erano stati sequestrati dalle motovedette libiche e successivamente rilasciati dopo il pagamento di una pesante multa. Un altro peschereccio di Mazara del Vallo, il “Luna Rossa”, con a bordo otto uomini di equipaggio, sfuggiva al sequestro da parte di una motovedetta libica, che inseguiva il natante italiano, speronandolo e bersagliandolo con colpi di mitra, diretti al ponte di comando ed alle attrezzature radio. Come si è verificato in passato, dunque, neppure il rilascio dei pescherecci sequestrati dai libici concluderà la lunga controversia avente ad oggetto il controllo e lo sfruttamento delle acque internazionali tra la Libia e la Sicilia, malgrado il “Trattato di amicizia” del 2008 e le rituali dichiarazioni dei buoni rapporti che intercorrono tra l'Italia e Gheddafi.
Mentre in Sicilia anche i rappresentanti del Popolo della Libertà cercano di difendere i diritti di pesca della marineria mazarese, che rischia di essere messa in ginocchio proprio per effetto degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, in quanto i sequestri avvengono con l'impiego delle motovedette regalate dal governo alla polizia libica, le autorità italiane sembrano piuttosto preoccupate alla salvaguardia dell'alleanza con Gheddafi nella guerra all'Immigrazione irregolare. Berlusconi si è così esibito all'ennesima visita-sceneggiata dall'amico Gheddafi, dopo che il colonnello ha chiuso persino l'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite a Tripoli, una piccola delegazione, che neppure poteva visitare tutti i centri di detenzione dove in Libia vengono rinchiusi ed abusati i migranti irregolari, ma che le autorità italiane ritenevano (a torto) sufficiente per dimostrare il rispetto dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Adesso gli alibi sono caduti ed i comportamenti dei libici dimostrano con l'evidenza dei fatti quanto fossero infondate le dichiarazioni di Frattini e dello stesso Berlusconi, secondo i quali in Libia veniva riconosciuto il diritto di asilo, anche se questo paese non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ed ha applicato solo per determinate categorie di rifugiati la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Africana (OUA).
L'Unhcr (e l'OIM), che lo scorso anno, il 27 luglio, stipulavano un accordo con il governo libico per assistere i migranti rinchiusi nei centri di detenzione, anche al fine del loro rimpatrio volontario (“UNHCR and IOM teams will be set up to conduct interviews in the centres to identify refugees, asylum seekers and migrants, as well as vulnerable persons with specific needs, such as victims of trafficking and gender-based violence, unaccompanied minors and/or single women. Refugees and asylum seekers identified through the screening process will be referred to UNHCR for refugee status determination processing. IOM and UNHCR will jointly determine those among migrants and rejected asylum seekers who are willing to return home and will assist them to return in safety and dignity” Fonte: OIM Libia) dovrebbero rivedere le loro politiche di intervento in Libia, anche alla luce dei risultati conseguiti per effetto del comportamento arbitrario delle autorità libiche.
Non si può concedere una legittimazione internazionale ad uno stato che non riconosce alcun diritto ai richiedenti asilo, in cambio di qualche decina di casi che possono essere risolti con un trasferimento al di fuori dell'inferno libico. Anche una sola persona sottratta alla polizia di Gheddafi merita l'impegno delle organizzazioni internazionali, ma è nell'interesse delle migliaia di persone rinchiuse nei lager libici fare sapere al mondo che in Libia non c'è alcun riconoscimento effettivo del diritto di asilo. Per questo, sarebbe bene che i governi europei, e soprattutto quello italiano, non “strumentalizzino” la eventuale, futura possibilità che la Libia riammetta il piccolo staff delle Nazioni Unite, in modo da convincere l'opinione pubblica che il paese di Gheddafi sia diventato di nuovo un “paese terzo sicuro”, verso il quale è possibile respingere sommariamente i migranti irregolari fermati, o soccorsi, in acque internazionali.
Una cosa è certa. L'Europa non sosterrà politicamente ed economicamente le politiche di respingimento collettivo in acque internazionali praticate dall'Italia dopo gli accordi con la Libia. La commissaria europea Malmstrom ha dichiarato in diverse occasioni che i futuri accordi tra Unione Europea e Libia non seguiranno il modello italiano, e Frontex, l'agenzia per il controllo delle frontiere esterne è stata sottoposta a controlli più severi sul rispetto dei diritti umani delle persone intercettate in mare. Al punto che Malta, dove dovrebbe insediarsi la futura Agenzia europea per il diritto di asilo, ha rifiutato di partecipare all'operazione di Frontex Chronos 2010 che avrebbe dovuto avere la sua base principale e la sede di coordinamento nel porto di La Valletta. Le autorità maltesi temono infatti che il rispetto dei doveri di salvataggio in mare possa aumentare il numero dei naufraghi, in gran parte richiedenti asilo che potrebbero essere sbarcati in territorio maltese, considerato come “place of safety”.
Appare assai probabile che anche questa visita di Berlusconi in Libia si concluda con qualche colpo di teatro, come la liberazione del cittadino svizzero, “sequestrato” da mesi da Gheddafi per ritorsione contro la Svizzera, e seguirà una ennesima dichiarazione di amicizia a conferma della conclusione di altri lucrosi affari per il governo italiano e per i gruppi economici che lo sostengono. Ormai per effetto di una politica estera che risale agli anni di Prodi la Libia è diventata la principale fornitrice di energia dell'Italia, Di certo neppure un passo concreto verrà effettuato per liberare le persone rinchiuse nei centri lager in Libia e per riconoscere i diritti dei migranti e le ragioni dei pescatori nelle acque del Canale di Sicilia.
Un comportamento vergognoso, quello dei governi coinvolti nelle operazioni di respingimento collettivo vietate da tutte le convenzioni internazionali, un comportamento che dovrà essere sanzionato al più presto dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo e dai Tribunali italiani. Senza una sanzione giudiziaria, e senza una sanzione politica che l'Europa non sembra ancora capace di assumere, ci troveremo ad assistere ancora ad altre violazioni dei diritti fondamentali della persona e ad altri attacchi nei confronti dei barconi carichi di migranti e delle imbarcazioni da pesca. Attacchi a mare da parte delle motovedette italo-tunisine , e sanzioni penali a terra, come si è verificato ad Agrigento con la sentenza di condanna dei pescatori tunisini che nel 2007 avevano compiuto una azione di salvataggio nelle acque del Canale di Sicilia, attacchi e sanzioni che costituiranno un ulteriore deterrente per quanti scorgono all'orizzonte imbarcazioni in difficoltà, inducendoli a proseguire nella loro rotta.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
Legalità punita
Derubati di speranze e denari per aver avuto fiducia in una legge dello Stato, per aver cercato di stabilizzare un lavoro sommerso, per aver dichiarato la propria esistenza a prefetture e questure, e per aver pensato infine che la legge fosse uguale per tutti.
Parliamo della cosidetta “sanatoria” dei cittadini stranieri, anche se questo nome è improprio perché richiama alla mente condoni offerti ex post a chi, in un modo o nell’altro, ha fatto il furbo. Nel caso dei lavoratori immigrati invece, non è di furbi che si tratta, ma di lavoratori onesti a cui è stata offerta la possibilità di emergere dalla clandestinità (in cui si trovavano costretti loro malgrado) e a vivere finalmente alla luce del sole. Peraltro tale possibilità è stata offerta arbitrariamente dal legislatore solo ai migranti dediti ai lavori domestici, lasciando costretti allo sfruttamento e alla clandestinità i dipendenti dell’industria e dell’agricoltura: l’ennesima discriminazione di Stato.
La regolarizzazione riguardava, come è ovvio, persone che erano prive del permesso di soggiorno e che lavoravano in nero. La normativa prevedeva che non potessero regolarizzarsi solo gli stranieri che erano stati espulsi per gravi ragioni di ordine pubblico e sicurezza e che avevano commesso reati penali di una certa rilevanza. Così, di fronte all'apertura di un percorso di legalità, lavoratori e datori di lavoro onesti sono “emersi”, sono usciti allo scoperto ed hanno riempito moduli e dichiarazioni, pagato quanto dovuto (nelle casse dello Stato sono entrati 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche da bollo), fiduciosi nella legge e convinti così di ristabilire almeno una piccola fetta di legalità.
Alla fine della procedura, ovvero al momento di consentire allo straniero che aveva fatto la regolarizzazione di ottenere l'agognato permesso di soggiorno e al datore di lavoro di ottenere una sorta di “condono” ecco che, dopo molte settimane di grave confusione e comprensibile apprensione dei migranti “emergendi” e dopo applicazioni “creative” della legge assolutamente differenti da città in città, interviene la novità, contenuta in una “circolare interpretativa” della polizia. Una circolare -destinata a cambiare la vita di centinaia di persone-, ove si prende atto del fatto (incontestabile) che la sanatoria sia destinata a regolarizzare i “clandestini” (parola che prima poi dovrebbe essere abolita per legge!), purché però gli interessati non siano “troppo” clandestini; via libera quindi, secondo la suddetta circolare, alla regolarizzazione di coloro che hanno ricevuto un solo decreto di espulsione; niente da fare invece per coloro che di decreti di espulsione ne hanno ricevuto più di uno; anche se sono faticosamente “emersi”, anche se quanto dovuto è stato pagato, anche se hanno un lavoro, una casa, una famiglia ed una identità. Secondo la citata circolare (che altro non è che una lettera, pure mal scritta di un singolo cittadino, alla faccia della democrazia e della riserva di legge in materia di stranieri imposta dalla nostra Costituzione), la “disobbedienza” all'ordine di auto-espulsione inflitto dal questore (quello che i migranti chiamano il foglio VAI VIA) equivarrebbe, come gravità, a reati che la legge prevede come ostativi alla regolarizzazione quali ad esempio truffa, fabbricazione di esplosivi, furto aggravato, lesione personale etc.
L'interpretazione sopra proposta ci indigna profondamente, perché riteniamo operi uno stravolgimento della legge determinando una situazione non rispettosa dei principi di uguaglianza, ragionevolezza e non discriminazione che sono alla base del nostro vivere civile e del nostro ordinamento costituzionale, nonché una violazione del principio di trasparenza degli atti amministrativi e di affidamento. Come persone che credono in uno stato di diritto siamo infatti allarmati se chi è rimasto a vivere nel nostro Paese, suo malgrado senza un documento di soggiorno viene messo sullo stesso piano di consumati criminali e viene preso in giro dallo stato che prima gli promette un permesso di soggiorno carpendogli fiducia e denaro e poi glielo nega sulla base di nuove regole create ad arte.
Riteniamo che si debba evitare di generare un autentico circolo vizioso, visto che lo scopo della sanatoria era proprio quella di regolarizzare chi era rimasto senza documenti di soggiorno, e che non ha alcun senso distinguere tra coloro che erano stato espulsi (sulla carta) una sola volta da coloro che lo sono stati (sempre sulla carta) più volte. Come si può ignorare che questa differenza tra situazioni identiche è del tutto casuale ed è legata alla maggiore visibilità di alcuni rispetto ad altri a causa del colore della pelle o alla povertà o semplicemente alla sfortuna?
Come possiamo non notare che tutta questa vicenda ha il sapore di una beffa nei confronti di chi- lavoratori e datori di lavoro onesti- ha creduto nella legalità, aderendo alla regolarizzazione? Come possiamo tacere, se il messaggio che emerge è che fidarsi delle autorità è un’imperdonabile ingenuità, che conviene sempre rimanere invisibili, far lavorare in nero, non pagare le tasse, in nome della convinzione tutta italiana che sia l’illegalità a premiare?
Riteniamo che in questa storia sia possibile vedere uno dei tanti segni del degrado etico che sta investendo il nostro paese, sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti. Constatiamo allarmati la diffusione di norme e prassi che, facendo leva sulla paura, riservano solo agli stranieri dei trattamenti di ingiustificata e spesso incostituzionale durezza, mentre molte illegalità gravi e diffuse che scuotono il Paese vengono apertamente tollerate.
Auspichiamo quindi che anche in questa circoscritta ma illuminante vicenda -che riguarda migliaia di persone che accudiscono i nostri anziani e puliscono le nostre case alla fine prevalgano ragionevolezza e giustizia, ed è con questo spirito che è stato lanciato un appello (www.firmianoit/sanatoriatruffa2009) la sanatoria non si trasformi in una storia di legalità punita.
Alessandra Ballerini (avvocato Asgi) e Gianfranco Schiavone (del direttivo Asgi)
Da L'Unità - 28 maggio 2010
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