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Prostitute per forza. Chi difende quei corpi da espellere

Alcune vengono da sole, grazie al passaparola, col mio nome e l’indirizzo dello studio scritti confusamente, in una sorta di anagramma, su un lembo di carta. Alcune sono state indirizzate alla mia porta dalla mitica Comunità di don Gallo che non si volta mai dall’altra parte quando si imbatte in una richiesta di aiuto, altre dallo sportello degli avvocati di strada, altre ancora dalla Caritas di Ventimiglia o dalle varie quanto preziose associazioni di volontariato.
Le ragazze che arrivano sole sono, già a prima vista, le peggio ridotte. Magre, spaventate, infreddolite, coperte da abiti fuori misura e fuori stagione. Dormono per strada già da qualche notte, e la strada ha lasciato i suoi segni che si sommano ai molti altri impressi sulla loro pelle da una fuga e da un’esistenza per nulla facili.

Altre invece vengono accompagnate.
Gli accompagnatori sono i più vari.
Capita a volte che siano scortate da un loro “cliente”, spesso “agé”, pietoso e imbarazzatissimo che inventa scuse disarmanti sulla loro occasione di conoscenza: “facciamo la spesa nello stesso negozio; le ho dato un passaggio: abbiamo amici in comune..”
Mi irrita, il cliente, a pelle e pure ontologicamente. Vorrei, dall’alto del mio perbenismo smascherarlo, in parte umiliarlo o comunque farlo sentire in colpa. Spiegargli che se non ci fosse domanda di sesso a pagamento (e pure sottocosto) non ci sarebbe l’offerta e dunque la tratta.
Che se il mercato dello sfruttamento di esseri umani a fini sessuali è cosi florido e dunque quasi inespugnabile è anche perché nessun uomo, prima di sbottonarsi i pantaloni, riconosce, nella creatura seminuda che ha raccolto per strada, una persona, oltre che un corpo da usare.
Eppure il “cliente” che ho di fronte, seppure epidermicamente rivoltante, ha saputo vedere ed ascoltare la persona dopo aver “acquistato” ed usufruito della prestazione del corpo. Forse è uno dei pochi uomini che la ragazza ha conosciuto in questa sua interminabile fuga dalla Nigeria, che non solo l’ha ascoltata parlare e piangere ma ne ha raccolto le suppliche e ha provato in qualche modo a tentare di riparare ai torti della sorte accompagnandola da un legale.
Alla fine senza di lui, che pure è parte, è l’ultimo anello, della catena di sfruttamento alla quale è coattivamente legata, lei non avrebbe possibilità di salvezza.
Ma non dovrebbe affatto essere cosi. La mano tesa, l’offerta di ascolto e aiuto, la possibilità di affrancarsi e ricevere tutela dovrebbe essere offerta dalle istituzioni, non dal cliente, ovvero da chi, dallo sfruttamento trae o ha tratto un beneficio.
Anche per questo lui, suo malgrado mi fa rabbia: rivolgo su di lui l’indignazione che provo nei confronti di chi, lavandosene le mani, permette che siano i clienti a svolgere funzioni tanto delicate quando indelegabili.

Lei è una giovanissima vittima di tratta, fuggita dalla Nigeria, sfruttata e imprigionata in Libia e divenuta oggetto di numerose compravendite da parte dei vari trafficanti e sfruttatori.
Arrivata in Italia su qualche imbarcazione di fortuna, ha presentato domanda di protezione internazionale perchè vittima di persecuzione religiosa.
Dalla  Sicilia viene trasferita in Liguria, in un cosiddetto Cas “centro di accoglienza straordinaria” dove, nonostante i 35 euro al giorno incassati per persona, l’ente gestore non trova i soldi per il riscaldamento o per pagare il biglietto del bus e a volte neppure le medicine.
Quando le richiedenti asilo ospitate chiedono di poter ricevere i 2.50 euro al giorno che spetterebbero loro di diritto per acquistare beni di primissima necessità, il direttore del centro decide che non le vuole più, come fossero merce avariata, materiale di scarto. Allora scrive alla prefettura lamentandosi perchè le ragazze “danno problemi” e fa revocare loro l’accoglienza, per prenderne subito dopo altrettante “nuove” e si augura più remissive.
E così le ragazzine scampate alle persecuzioni in Nigeria, al viaggio nel deserto, alla schiavitù sessuale in Libia e al mare, si trovano improvvisamente per strada alla mercè di qualsiasi sfruttatore.
Per questo la ragazza è costretta a rivolgersi ad un legale, per essere difesa da una pessima burocrazia e da un’ingiusta disapplicazione di norme nazionali e internazionali che imporrebbero la tutela e non l’abbandono delle vittime di tratta.
Per questo, la seconda volta che ci incontriamo, l'(ex) cliente mi suscita meno repulsione: alla fine lui è l’unico che si è preso carico delle legittime richieste di assistenza della ragazza.
Fa orrore però pensare che lei, cosi vulnerabile, che avrebbe diritto di riporre fiducia ed essere accudita da qualcuno che mai possa approfittare della sua condizione di fragilità e in qualche modo di sudditanza, non abbia trovato di meglio che un cliente, perché tutti gli altri, tutti quelli che erano tenuti a proteggerla, invece l’hanno lasciata sola o, per utilizzare un’espressione dell’illuminante rapporto di Be Free “storie di tratta, percorsi di resistenze”, l’hanno trattata come “un corpo da espellere”.

  • da Repubblica, 18/12/2016
 

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