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A., cittadino equadoriano, vive da moltissimi anni in Italia e convive con una donna ivi regolarmente soggiornante, e con la figlia minore, nata in Italia nel 2010.

Nello stesso anno, A. sottoscrive regolare contratto di soggiorno per lavoro subordinato domestico presso lo Sportello Unico per l'immigrazione di Genova, in seguito al buon esito della procedura di emersione del lavoro irregolare di cui alla L. 102/2009.

Pur con tutte le difficoltà dovute alla generale crisi economica, A. ha sempre prestato, per quanto possibile, attività lavorativa e, anche nei periodi di disoccupazione, ha potuto contare sul sostegno economico della compagna e degli altri famigliari residenti, senza mai costituire un onere per il pubblico erario.

Nel 2013 il signor A. Presenta, nei termini di legge, un'istanza di rinnovo del proprio permesso di soggiorno per "lavoro subordinato - attesa occupazione" presso la Questura di Genova.

La richiesta non viene accolta poiché l'amministrazione ha ritenuto che il signor A. non avesse percepito redditi da attività lavorativa regolare tali da reperire mezzi leciti sufficienti al proprio sostentamento e di aver già usufruito del periodo di attesa occupazione previsto dalla normativa (T. U. Immigrazione).

Presentato ricorso al Tribunale Amministrativo della Regione Liguria si è sottolineato come l'attività istruttoria dell'amministrazione risultasse inadeguata a verificare in concreto la situazione personale dell'interessato, in violazione degli artt. 5 e 22 del dlvo 86/98 nonché degli artt. 3 10 e 10 bis della l. n. 241/1990. Eccesso di potere per difetto ed erroneità della motivazione.

Il ricorso è stato ritenuto fondato ed accolto dal Tribunale Amministrativo Regionale, che si è così pronunciato sulla vertenza: "Il Tribunale ritiene il ricorso fondato (...) con riferimento al lamentato difetto di istruttoria e di motivazione che affligge il provvedimento in considerazione del lungo tempo ormai trascorso da A. In Italia, della situazione famigliare consolidata dalla presenza di una bimba nata soltanto nel 2010, e dall'assenza di addebiti di natura penale o amministrativa che conducano ad un giudizio di pericolosità sociale del richiedente il rinnovo del permesso di soggiorno.

L'atto impugnato, infatti, non ciontiene alcuna menzione della situazione complessiva del ricorrente limitandosi ad evidenziare l'assenza di un reddito sufficiente a garantire il sostentamento del richiedente. La motivazione posta a fondamento dellatto risulta ad avviso del collegio carente almeno sotto due aspetti:

  • in primo luogo perchè la situazione di stabilità familiare e la necessità di valutare il reddito generale del nucleo convivente non sono stati oggetto di istruttoria o comunque non sono stati esternati nella motiazione

  • in secondo luogo, l'amministrazione non ha preso in considerazione la documentazione offerta nel corso del 2014 che dimostrerebbe comunque una continuità dell'attività già oggetto in passato di versamenti INPS, sia pure insufficiente da sola a totalizzare quel reddito che la norma richiede per ottenere il permesso di soggiorno".

 

In conclusione, il giudice amministrativo della Liguria, conformandosi ai precedenti in materia e della giurisprudenza del Consiglio di Stato, ha esteso la valutazione del requisito del reddito richiesto dal dlvo n.286/98, ricordando come debba tenersi in dovuta considerazione la situazione complessiva del richiedente, in particolare il reddito generale del nucleo convivente secondo un'attenta e puntuale attività istruttoria all'esito di ogni richiesta.

Avv. Alessandra Ballerini

Avv. Matteo Buffa

 

 

Telegramma al Prefetto di Gorizia: da sabato notte,40 persone all'addiaccio.Che ci piaccia o no. 
Si sono esaurite tutte le possibilità logistiche di sopperire alla carenza e incapacità istituzionale di affrontare coerentemente la situazione della "stabile" emergenza profughi che coinvolge la città. Ora siamo all'emergenza nell'emergenza.


di Martina Luciani

Forse questa è la penultima  notte al coperto: le strutture parrocchiali da alcuni giorni non possono più ospitare i richiedenti asilo, parcheggiati in modo più o meno avventuroso da una ventina di giorni. Si torna alle normali attività, l'accoglienza è impossibile. L'ultima a resistere è stata la parrocchia della Madonnina, dove sono confluite quasi 40 persone: ma i volontari hanno cominciato ad avvisare i profughi che sabato notte si dovranno arrangiare. Una quarantina di persone da sistemare: è questo il numero indicato nel telegramma, in partenza in queste ore, destinazione il prefetto di Gorizia. Telegramma firmato da don Paolo Zuttion, direttore della Caritas diocesana, e dall'eterogeneo gruppo dei volontari. Gente che ha tenuto duro, gente cui lo stesso Prefetto, diversi giorni fa, ha fatto arrivare il messaggio: tenete duro ancora per poco.
Sono stati fatti innumerevoli tentativi, innumerevoli proposte: ma alla fine, dal palazzo del Governo nessuna comunicazione, nessuna informazione che rassicuri sulla presa in carico delle persone che, pur dotate nella stragrande maggioranza dei documenti necessari a veder loro garantiti tutti i diritti previsti dalla legge, sono abbandonate sul territorio. Nell'indifferenza delle loro condizioni di salute: perchè se non ci importa nulla se hanno freddo e fame, se dignità e diritti sono calpestati, dovrebbe almeno importarci degli aspetti che riguardano la salute pubblica. Ne tenga conto il sindaco Romoli. Scendendo al livello minimo di considerazione della vicenda umana e giuridica dei richiedenti asilo, infine, dovrebbe  esserci una preoccupazione relativa all'ordine pubblico e alla sicurezza.
Pubblicato da 20:43
 

 

Venerdì 31 ottobre alle 18

la libreria Finisterre presenta il libro

 

Ombre bianche. La speranza che vince là dove il sole muore

 

di Frank Edosa

 

Ne parla con l’autore l’avvocata Alessandra Ballerini

L’autore: è nigeriano, laureato in Commercio, poi emigrato “irregolare” in Italia, nella speranza di un futuro migliore. Ha violato la legge ed è finito in carcere, dove è progressivamente cambiato, maturando un sentimento di giustizia e di pace. Ha lavorato con l’associazione N.K.Fit for life di Genova, collaborato con la biblioteca della Società delle missioni africane, attualmente lavora con la cooperativa “La tenda”.

 

Il libro:Questa è la storia di Frank Edosa, “una storia che dovremmo conoscere e che invece non conosciamo. Dovremmo conoscerla innanzi tutto perché si svolge da noi, nella nostra Italia ripiegata su sé stessa in questi tempi di crisi, come se il futuro fosse una minaccia e non ci fosse nessun rimedio alla catastrofe” dalla prefazione di Raffaele Masto

 

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010 2758588

 

 

 

Il potere dell'Amministrazione di negare la cittadinanza italiana iuris  communicatione, decorsi 730 giorni dall'istanza e l'effetto preclusivo dell'acquisto della cittadinanza in caso di patteggiamento e intervenuta riabilitazione. La giurisdizione è del giudice ordinario.

Con la sentenza n. 1256, adottata il 7 ottobre 2014, la Corte di Appello di Genova, conformandosi alla giurisprudenza costante della Suprema Corte e del Consiglio di Stato, ha affermato che, in caso di mancata emissione del decreto di acquisto della cittadinanza, come di rigetto della relativa istanza presentata dal richiedente in possesso dei requisiti di legge, trovandosi quest'ultimo in una posizione di diritto soggettivo e non residuando in capo all'amministrazione alcun potere di valutazione discrezionale, in caso di giudizio, la giurisdizione appartiene del giudice ordinario.

L'inutile decorso del termine di due anni dalla richiesta di ottenimento della cittadinanza, ai sensi dell'art. 8, comma 2, Legge n. 91 del 1992, preclude, infatti, all'amministrazione procedente l'esercizio di un potere discrezionale in merito alla sussistenza di motivi ostativi per ragioni di  sicurezza della Repubblica (art. 6, comma 1, lett. c, Legge n. 91 del 1992) all'acquisto della cittadinanza da parte del coniuge straniero o apolide di cittadino italiano.

In particolare, tale effetto preclusivo impedisce all'amministrazione di compiere qualsivoglia valutazione in merito al fatto storico riportato in una sentenza, come nel caso di specie, di patteggiamento, potendo la stessa amministrazione verificare, in via vincolata, solo se il patteggiamento integri o meno il requisito ostativo di cui all'art. 6, comma 1, lett. b, Legge n. 91/1992 della “condanna per un delitto non colposo per il quale la legge preveda una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione; ovvero la condanna per un reato non politico ad una pena detentiva superiore ad un anno da parte di una autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia”.

Questione questa che, nel caso di specie, la Corte di Appello di Genova ha ritenuto non affrontabile, in quanto il suddetto requisito ostativo non era integrato dalla sentenza di patteggiamento intervenuta nel 1999, non essendo la stessa, secondo l'originaria formulazione degli artt. 444 e 445 c.p.p, equiparabile ad una condanna.

I giudici della Corte di Appello, in ogni caso, facendo proprie le motivazioni contenute nella sentenza n. 24312/2007 della Cassazione Civile, ed ampiamente sostenute dall'appellante, osservano che, anche dopo l'intervenuta testuale equiparazione del patteggiamento alla sentenza di condanna ( a seguito della Legge n. 134/2003 che ha introdotto l'art. 445, comma 1 bis c.p.p.), le finalità della disciplina sostanziale applicabile in tema di cittadinanza impongono di ritenere che il requisito ostativo di cui all'art. 6, comma 1, lett. b, legge n.91 del 1992, debba comunque tradursi non nella mera irrogazione di una sanzione penale, ma nell'accertamento di una responsabilità penale e in un giudizio di colpevolezza, aspetti questi che non possono dirsi presenti in una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, dovendosi, invece, ritenere necessaria una vera e propria sentenza di condanna.

A nulla, poi, vale il richiamo, prospettato dall'appellata Questura di Genova, alla disciplina in materia di ingresso di cittadini stranieri nel territorio nazionale, la quale prevede come causa ostativa anche il patteggiamento, perché, come afferma la Corte di Appello “la situazione di chi avendo contratto matrimonio con cittadino italiano chiede la concessione della cittadinanza è sicuramente diversa e meritevole di maggior tutela rispetto a quella di chi chiede soltanto l'ingresso, senza avere sviluppato legami significativi con il nostro paese, e comunque non consolidati come quello rappresentato dal vincolo matrimoniale” (Corte di Appello di Genova, Sez. III, sentenza 7 ottobre 2014 n. 1256).

Da ultimo, la Corte osserva che la questione, come nel caso di specie, è comunque superata dall'intervenuta riabilitazione che ai sensi dell'art. 6, comma 3, legge n. 91 del 1992, “fa cessare gli effetti preclusivi della condanna”.

 

Ancora una sentenza del Giudice di Pace di Genova in materia di espulsioni ed accertamento dell'età anagrafica.

La documentazione attestante l'identità, ed in particolare, l'età anagrafica, del cittadino straniero, verificata in originale, deve ritenersi autentica e valida sino a prova contraria, la quale non può essere data dall'esame Rx dell'età ossea.

È quanto stabilito dal Giudice di Pace di Genova che con la sentenza 14 ottobre 2014, n. 6579  accogliendo il ricorso di un giovane ragazzo bengalese ed annullando il decreto di espulsione adottato dal Prefetto della Provincia di Genova, conferma l'orientamento che sulla questione va affermandosi  ( vedasi le recenti sentenze : G.d.P. di Genova, sent. 9 maggio 2014, n. 3138, e G.d.P. di Genova, sent., 25 giugno 2014, n. 4792).

Una vicenda, quella del giovane ragazzo, che ha inizio, come per numerosi connazionali, -   anch'essi minorenni – quando, al loro arrivo in Italia, a Genova, nel 2013, in violazione della vigente normativa in materia di tutela dei minori, veniva del tutto omessa l'attivazione della procedura di tutela, così come veniva disattesa la necessaria segnalazione al Comitato dei Minori Stranieri, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, impedendo in tal modo ai giovani indifesi di essere adeguatamente rappresentati ed assistiti presso le competenti sedi istituzionali presenti nel territorio, tra cui, in particolare, la Questura, rendendo così impossibile, peraltro, la loro regolarizzazione.

La Prefettura di Genova aveva così adottato i provvedimenti di espulsione del giovane ragazzo del Bangladesh, perché, sulla base degli esami radiologici al polso, riteneva accertata la maggiore età, concludendo, così, per la sua illecita presenza sul territorio italiano, perché sprovvisto di idoneo permesso.

Il Giudice di Pace ha negato la ricostruzione operata dagli organi della Prefettura, affermando, invece, come non basti l'esame RX dell'età ossea per risalire con certezza all'età anagrafica della persona.

Età anagrafica che, fino a prova contraria, è quella risultante dal documento identificativo compilato dagli organi amministrativi del paese di origine, prova contraria per la quale “non può ritenersi sufficiente l'esame di cui sopra (l'esame RX dell'età ossea, nd.r.), cui neppure seguiva la perizia auxologica”

Del resto, come ampiamente sostenuto dalla difesa legale dei ricorrenti, gli accertamenti radiologici dell'età ossea tramite l'esame del polso non sono in grado di fornire risultati esatti, limitandosi ad indicare la fascia d'età compatibile con i risultati radiologici.

In proposito, il legale dei due giovani ragazzi ha richiamato all'attenzione dei giudici la recente relazione del Prof. Ernesto Tomei (Radiologo – Professore Associato del Dipartimento di Scienze Radiologiche dell'Università di Roma, “La Sapienza”), presentata durante la seduta della Commissione Bicamerale per l'Infanzia, tenutasi il 25 ottobre 2010, e in cui, partendo dal dato che la maturazione scheletrica è differente nelle diverse popolazioni, si evidenziava come i cd. Atlanti di Grulich e Pyle, utilizzati in Italia per l'accertamento dell'età ossea, basandosi su dati raccolti presso le popolazioni occidentali, non fossero in grado di fornire adeguati parametri in relazioni ad altre popolazioni.

Nei casi di dubbio, del resto, non si dovrebbe procedere all'espulsione, dando, al contrario prevalenza a quel principio di presunzione, già previsto dall'art. 8, comma 2 D.P.R. 22 settembre 1988, che, in materia di processo penale a carico di imputati minorenni, secondo cui “qualora, anche dopo la perizia, permangano dubbi sull'età del minore, questa è presunta ad ogni effetto”.

Un'esigenza di certezza, peraltro, recepita da tempo anche dal Ministero dell'Interno, che con Circolare del 9 luglio 2007 ha osservato come “l'esigenza di accertare le generalità degli immigrati, inclusi i minorenni, sprovvisti di documenti, assume, quindi, particolare rilevanza atteso che, se il minore è erroneamente identificato come maggiorenne, possono essere adottati provvedimenti gravemente lesivi dei suoi diritti, quali l'espulsione, il respingimento o il trattenimento in un Centro di permanenza temporanea o di identificazione”.

Preoccupazioni queste fatte proprie anche dal Parlamento dell'Unione Europea, in particolare con la Risoluzione del 12 settembre 2013 sulla situazione dei minori non accompagnati in UE (2012/2263 -INI), con cui è stata affermata la centralità per l'Unione Europea e per gli Stati membri dell'obbligo di proteggere i diritti dei bambini.

 
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