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Nell'anno 1982 Z., cittadino algerino, faceva ingresso in Italia, ove ha sempre lavorato come muratore con regolare contratto.

Una volta tornato a Genova prendeva atto della crisi economica che nel frattempo aveva travolto il proprio datore di lavoro, il quale non riusciva a versare con regolarità le retribuzioni ai propri dipendenti; Z. si trasferiva quindi presso l'abitazione di una famiglia italiana di Coronata, ed iniziava a prestare la propria attività di lavoro in favore ed alle dipendenze di un'altra impresa edile, il cui titolare forniva rassicurazioni circa l'intenzione di regolarizzare la di lui posizione contrattuale all'interno della propria impresa. Tuttavia, dopo circa due anni dall'inizio del rapporto lavorativo, il ricorrente veniva ad apprendere che la propria posizione non era mai stata regolarizzata dal datore di lavoro e, mentre i di lui colleghi intraprendevano un 'azione legale dei confronti dell'impresa, egli, preferendo soprassedere, si limitava ad interrompere il rapporto lavorativo.

    1. Violazione art. 13 D.L.vo 286/98, dell’art. 3 comma 3 del Reg. 394/99, e dell'art. 3 comma 1 della legge 241/90. Erroneità e carenza di motivazione. violazione dell’art. 13 comma 7 D.L.vo 286/98 e dell’art. 2 comma 6 del D. L.vo 286/98, nonché dell’art. 24 della Cost.;

    2. violazione direttiva 115/2008 CE;

    3. Violazione Carta dei diritti fondamentali Unione Europea articoli 6, 7, 9.

    4. violazione del combinato disposto degli artt. 3, co. 1 e 4, L. 241/90 e 13, co. 7, D. Lgs. 286/98. Eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione. Inidoneità del provvedimento non tradotto a far decorrere il termine per l’impugnazione;

    5. violazione ed omessa applicazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990 che prevede che: “ove non sussistano ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento, l’avvio del procedimento stesso è comunicato, con le modalità previste dall’art. 8, ai soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti ed a quelli che per legge debbono intervenirvi.." (cfr. Provvedimento Trib. Genova, Dott. Beconi 05.08.99);

    6. violazione Prot. N. 7 relativo alla convenzione dei diritti dell’uomo Strasburgo 22 novembre 1984 e recepita con legge 9 aprile 1990 n. 98;

    7. violazione dell’art. 2 comma 7 D.L.vo 286/98 mancata comunicazione all’autorità consolare.

    8. violazione dei principi di buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione sanciti dall’art. 97 Cost. e dall’art. 1 della legge 241 del 1990;

    9. violazione delle norme della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo, introdotte nell’ordinamento italiano con la legge 04.08.1955 n. 848 e dell'art. 10 della Costituzione;

    10. violazione dei principi informatori del D.L. n. 286 del 1998 e, in considerazione del fatto che il ricorrente risiede in Italia da anni ed è stato titolare di permesso di soggiorno, si proponeva, altresì, istanza di sospensione del provvedimento che veniva accolta. Nel frattempo Z. richiedeva ed otteneva dalla questura un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

  1. Successivamente Z. iniziava a prestare attività di lavoro occasionale e saltuario in modo irregolare, e, privo di mezzi sufficienti per poter pagare un canone di locazione anche minimo, si trovava costretto ad occupare un immobile abbandonato, ove ha iniziato ad alloggiare.

    Durante la permanenza presso il predetto alloggio Z. veniva derubato da alcuni malviventi, dei pochi oggetti posseduti, tra cui anche i documenti in originale e a nulla valevano i numerosi tentativi esperiti dal ricorrente di ottenere un duplicato dei documenti, presentando agli uffici competenti (Consolato Algerino a Napoli e Questura di Genova) le fotocopie dei medesimi.

    Z., attesi i mancati riscontri della P.A alle proprie richieste, si rassegnava a vivere privo di documenti e senza dimora. Nel frattempo veniva ospitato presso una struttura gestita, in epoca coeva, dalla Parrocchia di San Siro, ove è rimasto per circa 11 anni, svolgendo attività di addetto alle pulizie e tuttofare.

    Nel frattempo, nell'anno 2012, questi riusciva ad ottenere dal Consolato algerino a Milano, un duplicato del proprio passaporto con validità di un anno.

    Z. risultava in seguito ad esami medici affetto da una grave forma di neuro – encefalo patia quale conseguenza della dipendenza da alcool di cui è stato vittima per molti anni in passato e che ne ha compromesso definitivamente le condizioni di salute, nonostante l'attuale condizione di sobrietà che si protrae ininterrottamente dall'anno 2007 si è quindi sottoposto necessariamente a visite periodiche, ricoveri ospedalieri ed a terapie mirate ad impedire un ulteriore ingravescenza della patologia. In data 3.7.14, veniva notificato al ricorrente un decreto di espulsione avverso il quale questa difesa presentava ricorso al giudice di pace di Genova.

    Z. vive ormai da 32 anni nel nostro Paese, nel rispetto delle leggi e le uniche irregolarità in cui egli è incorso sono imputabili alla condotta scorretta delle persone che ha incontrato nel proprio percorso (in particolare per mancata regolarizzazione da parte del datore di lavoro e furto dei documenti). Profondamente integrato nel nostro tessuto sociale, Z. non ha parenti in Algeria poiché i genitori sono da tempo deceduti ed i fratelli risiedono tutti all'estero e, pertanto, egli non vanta più alcun legame con il proprio paese di origine.

    Considerato, inoltre che in Algeria la situazione socio - politico – istituzionale risulta ancora caratterizzata da forte instabilità richiamando all'uopo il Rapporto Amnesty International 2013 la difesa di Z. chiedeva al Giudice di accertare l’illegittimità del decreto di espulsione emesso nei confronti del ricorrente dalla Prefettura di Genova in data 3 luglio 2014 per i seguenti motivi:

Il Giudice di pace, con provvedimento reso in data 11 marzo 2015, ha accolto il ricorso annullando l'atto opposto.

Avv.ti Alessandra Ballerini e Matteo Buffa

 

Dal quotidiano Repubblica : Solidarietà fra Genova e Lampedusa - Fiori in mare del 12 febbraio scorso

corona-di-fiori-in-mareQUEI FIORI NEL MARE DEL PORTO ANTICO.......

UN PONTE DI SOLIDARIETÀ FRA GENOVA E LAMPEDUSA

ALESSANDRA BALLERINI

PERCHÉ mettete i fiori nel mare? Lei è una signora distinta, naturalmente elegante, avrà una sessantina d'anni, si avvicina a noi fin sulla punta del molo al Porto Antico, proprio di fronte alle imbarcazioni della guardia costiera, sfida la brezza gelata della tramontana e una resistente educazione al riserbo e formula la sua domanda. Si muove e parla con grazia e rispetto per quella che intuisce essere in qualche modo una cerimonia casalinga ma sacra. Gerbere gialle e rose bianche fluttuano sotto la sua domanda. Forse la signora non se ne è neppure accorta e la scelta del suo interlocutore è stata casuale o forse dettata da un istinto o da una sensibilità degne di nota, ma si è rivolta tra noi alla persona teoricamente più distante da lei per sesso, età, altezza, colore. E anche il più lontano proprio per collocazione fisica. Ma lei ha attraversato il molo, ha ignorato noialtri, è arrivata a un centimetro dal mare e ha puntato i suoi occhi, curiosi e delicati, in quelli commossi di Sakho. Perché mettete i fiori in mare? Lui distoglie lo sguardo dalla corrente, ingoia preghiere e commozione, si confronta con noi per un istante con gli occhi, come per una rapida investitura a portavoce di questa curiosa sparuta processione, e risponde: per ricordare le persone morte in mare. Trecento solo ieri tra la Libia e Lampedusa.

La signora annuisce partecipe, per qualche secondo unisce le sue silenziose preghiere alle nostre e poi ringrazia, saluta e raggiunge il marito, condividendo l'informazione ricevuta: è una cerimonia in memoria dei morti in mare. Una cerimonia. Un abbraccio collettivo e straziante tra Genova e Lampedusa.

La Cgil informata che sull'isola era stata organizzata una manifestazione cittadina per offrire "un fiore per i morti e un abbraccio per i vivi", non ha voluto lasciare soli ne' i profughi ne' gli isolani e ha in una manciata d'ore organizzato questa messa laica e muta. Nel comunicato stampa la Camera del lavoro di Genova "esprime sdegno e dolore per l'ennesima strage di innocenti che si poteva e doveva evitare, se Mare Nostrum non fosse stato smantellato e sostituito da Triton che ha il compito di proteggere le frontiere e non di assistere i migranti in difficoltà".

Tra noi anche qualcuno che quel viaggio in mare lo ha affrontato da poco. Un ragazzo siriano che per pudore non guardo negli occhi mentre offre la sua rosa, i suoi incubi e le sue preghiere al mare. Intanto sull'Isola i lampedusani in processione portavano solidarietà e fiori ai sopravvissuti rinchiusi nel centro di contrada Imbriacola, lo stesso centro, mai effettivamente chiuso, già oggetto di diverse indagini della magistratura per i trattamenti inumani e degradanti ai quali erano sottoposti i profughi imprigionati (chi non ricorda il video del Tg2 dell'anno scorso in cui veniva immortalato a futura vergogna la scena di un ragazzo nudo travolto da un getto di idrante tra guardie e sbarre?).

Le immagini di oggi di quei fiori (identici ai nostri) intrecciati alle grate del centro da cittadini instancabilmente solidali, valgono più di mille parole. Mentre scrivo, dall'isola mi arrivano notizie allarmanti e insieme felici. In poche ore sono arrivati a Lampedusa oltre mille rifugiati, tra loro almeno 250 bambini e nel centro che ha una capienza di massima 250 posti non ci stanno tutti. Sul molo a

distribuire tè caldo e coperte come sempre sono loro, i volontari lampedusani. Le istituzioni, come sempre, latitano. La mia amica e collega Paola mi racconta: «È un incubo che si ripete. Ti ricordi febbraio 2011 quando in pochi giorni ci siamo trovati con seimila profughi sul molo? Ecco temiamo possa ripetersi. Ma questa volta siamo stanchi di essere lasciati soli, teniamo gli sguardi bassi, abbiamo paura. Non certo dei profughi, finché sbarcano vuol dire che sono vivi e questa è una gioia, anche se vorremmo che gli venisse evitato quel viaggio terribile. Ma abbiamo paura della guerra. Di quella alle porte della nostra Isola ma anche e soprattutto di quella più subdola che non solo i leghisti combattono e fomentano ogni giorno con parole d'odio, argomentazioni becere, e mistificazioni della realtà». Non ci spaventa tanto l'Isis quanto i fondamentalismi di casa nostra e l'indifferenza delle istituzioni che dimenticano colpevolmente il dovere di solidarietà imposto prima che dalla Costituzione e dalla Carta Europea dei diritti fondamentali, dalle nostre coscienze.

Ecco, Signora, perché mettiamo i nostri fiori in mare.

 

da Corriere delle Migrazioni

 

Mediterraneo, le stragi firmate

Alessandra Ballerini - 16 febbraio 2015

10929163_10152807316066859_2881762546406090270_nPiù di 200 persone hanno partecipato, a Milano, al flash mob ideato da Radio Popolare per dire no alle stragi nel Mediterraneo. Alle 16 in punto, in Galleria Vittorio Emanuele, cuore della città, questi duecento si sono coperti con un lenzuolo bianco portato da casa e si sono sdraiati, in mezzo ai turisti.

Anche noi diciamo no alle stragi del Mediterraneo e no, soprattutto, alla non assunzione di responsabilità da parte di chi ci governa e che vorrebbe che la colpa si trovasse sempre altrove. Affidiamo il nostro no a una delle nostre penne storiche, che è stata anche una testimone diretta di quanto  accaduto a Lampedusa in questi anni, Alessandra Ballerini. Ecco il suo testo:

«All’indomani della strage di Parigi, senza alcun pudore né  logica, se non quella demenziale del razzismo o quella meschina della ricerca di consenso elettorale, un’assessora della regione Veneto partoriva un’indecente circolare temo ancora in vigore.
In sostanza, l’assessora invitava i dirigenti scolastici a richiedere ai genitori di alunni mussulmani di fare pubblica ammenda e prendere le distanze dall’attentato parigino perché, affermava con disarmante ignoranza, «se non si può dire che non tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici».
Amnesty international e poche altre associazioni hanno chiesto la rimozione della circolare e le dimissioni dell’assessora. Temo invece che ad oggi entrambe siano ancora inamovibili nel loro posto. Oggi, ancora una volta, ci ritroviamo a contare i morti del mare.
Mentre scrivo sarebbero oltre 300 le persone annegate in acque libiche e 29 i profughi morti a un passo dalla salvezza che si chiama Lampedusa.
E questi morti fanno più male dei loro precedenti compagni di sventure. Non solo i 29 uccisi dal freddo a pochi metri da noi e neppure e non solo tra loro i 22 morti tra le braccia dei soccorritori. Non è (solo) né la vicinanza né (solo) l’atrocità empatica di questa nuova tragedia (morire di freddo!) a rendercela così insopportabile. E’ la colpa. L’evitabilità.
In senso strettamente tecnico si chiamerebbe dolo eventuale: l’agente si rappresenta la possibilità che l’evento dannoso si verifichi e accetta il rischio che tale fatto accada.
Di fatto, chi ha deciso, per inseguire vantaggi squisitamente politici (un ossimoro) o meschinamente economici, di sopprimere l’operazione Mare Nostrum si è ben rappresentato il “rischio” che altre centinaia di persone in fuga da guerre e persecuzioni andassero a coprire i nostri fondali. Ma ne ha semplicemente accettato la possibilità, con un’alzata di spalle. Come si accetta un fastidio. E oggi, ben lungi dal chiedere scusa e rivedere le loro posizioni egoistiche e miopi, i responsabili politici di questa ennesima tragedia si vantano delle loro gesta e del ritiro di Mare Nostrum perchè “incoraggiava le partenze”.
Come dice il prof. Fulvio Vassallo Paleologo: «Ci mettono la firma. Non hanno più il pudore di nascondersi. Anzi pensano che con la linea della “fermezza” potranno raccogliere ancora altri voti. “Interventi solo in casi gravi” vuol dire ” ci assumiamo la responsabilità della morte di migliaia di persone”. Lo ricorderemo».
A loro, ai burocrati responsabili, con azioni o omissioni, di queste morti, chiederei, applicando la circolare veneta, di fare pubblica ammenda: perchè se non si può dire che tutti i nostri governanti siano colpevoli e responsabili di questi morti del mare, è però evidente che i responsabili di questa strage sono i nostri governanti.”
Nulla restituirà la vita a queste creature né per alcuni di loro il mare restituirà identità o corpi. E la vergogna per questa strage non potrà cancellarsi con nessun tipo di pena o espiazione, ma l’idea che la “banalità del male” per una volta si ritorca contro i suoi autori potrebbe restituirci seppur fugacemente un minimo senso di giustizia.

Alessandra Ballerini

 

Dalla rivista ADISTA

Visti umanitari della Santa Sede

Dopo Lampedusa, per il papa un'occasione da non perdere

di Alessandra Ballerini

Qualche mese fa un donna che conosco da tantissimi anni e che ormai considero amica, viene a trovarmi in studio con poche parole e un muto rimprovero. Ho poi raccontato su Repubblica la sua storia, un breve articolo che avrebbe meritato un romanzo, per lenire il mio senso di colpa. Lei la chiamo Sara, ma Sara non è, perché i rifugiati devono, tra le tante perdite, rinunciare anche alla propria identità, in modo da non permettere mai al nemico dittatore o persecutore, dotato di buona memoria e maligna pazienza, di vendicarsi contro chi è fuggito o contro la loro famiglia. Sara è fuggita dall'Eritrea, dove, com’è noto, il regime impone un servizio militare senza limiti temporali a giovanissimi, uomini e donne, costretti così a imbracciare armi per tutta la vita.

Dopo anni di lavoro e regolare residenza in una casa di proprietà, quando la vita sembrava finalmente essersi ammorbidita fino a diventare a tratti vivibile, Sara, ottenuta anche la cittadinanza italiana, decide che è il momento giusto per ricongiungersi alla sua famiglia, rimasta in Africa. Inizia dal figlio, appena maggiorenne, disertore e dunque a rischio di prigionia e torture. La pratica dura un’infinità, le ambasciate italiane cercano ogni cavillo per negare i visti d’ingresso a chi ne avrebbe diritto e, quando non riescono a negare i ricongiungimenti, si prodigano in lentezze e ritardi. Dopo un’estenuante attesa, il figlio minaccia di salire su un barcone, perché sa che il diritto all’ingresso in Italia, spesso negato dalle istituzioni, la mafia degli scafisti lo offre prontamente in cambio di denaro. Per fortuna (e per dovere), in extremis l'ambasciata concede il visto e il figlio può ricongiungersi con la madre senza rischiare prigionie, torture in Libia o la morte lungo il viaggio verso l'Italia. Appena il ragazzo arriva a Genova, Sara me lo presenta subito e piange di gioia, perché adesso è al sicuro.

Ma ora è il turno del marito, e così riparte tutta la trafila del ricongiungimento. L'ambasciata ci fa penare per un anno e a nulla valgono le lamentele né le raccomandate inviate. Poi, un giorno, Sara torna da me. Il viso di marmo, gli occhi asciutti. Resta in piedi e mi racconta tutto d'un fiato: il marito, non potendo più aspettare l'inerzia delle istituzioni, è scappato in Libia e qui dopo aver pagato chissà quanto in sofferenze, terrore e soldi, è salito su una carretta del mare. Un’ultima telefonata dalla spiaggia libica, un saluto pieno di promesse e paure. E poi più niente. Un interminabile silenzio.

Il marito di Sara, probabilmente, è uno dei circa 4mila migranti che dall'inizio del 2014 sono stati inghiottiti dalle onde del Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l'Italia. Uno dei molti “morti due volte”, perché rimasto senza nome in fondo al mare. Mi legge nel pensiero, Sara, e quasi mi consola: non è colpa tua, mi dice. Forse. Ma neanche del mare.

Oggi Sara è tornata nel mio studio. Mi mostra la foto di una ragazza bellissima, identica a lei solo più giovane. È sua figlia, neppure ventenne, disertrice, intrappolata in Sudan dove si è rifugiata in attesa di potersi ricongiungere con lei. Anche a lei l'ambasciata nega col silenzio il visto di ingresso. Sara vuole con tutte le sue forze evitare alla figlia il viaggio, il deserto, le torture e il mare. Viene da me e mi prega, mi supplica.

Verrebbe da arrendersi di fronte alla reiterata e scellerata decisione politica europea di ostacolare in tutti i modi l’ingresso in Europa di persone che ne avrebbero diritto. Ma la figlia di Sara non può permettersi una resa e sua madre ha diritto di vedere ascoltate le sue preghiere. Ed è proprio questo il motivo dell'appello che con due amici, Paola La Rosa e Carmelo Gatani, abbiamo lanciato affinché il papa, in qualità di Capo dello Stato Città del Vaticano, apra canali d'ingresso ai richiedenti asilo senza costringerli a viaggi rischiosissimi. Papa Francesco durante la visita a Lampedusa, l’8 luglio 2013, ha detto: «Ho sentito che dovevo venire qui, oggi, a pregare». Anche Sara prega. Di fronte all’immobilismo dei governi dell’Unione Europea, il pontefice potrebbe sostenere un’alternativa umana alla mafia dei trafficanti. I visti della Santa Sede (che ha aderito alla convenzione di Ginevra del 1951), infatti, potrebbero salvare migliaia di profughi in fuga verso l’Europa e mostrare la strada agli altri Paesi. Le nunziature apostoliche, cioè le missioni diplomatiche che rappresentano la Santa Sede nel mondo, potrebbero fare ciò che le ambasciate degli Stati europei negano: rilasciare visti di ingresso perché le persone possano raggiungere l’Europa su mezzi di trasporto legali e sicuri, invece di essere costretti a pagare gli scafisti e morire a migliaia sui barconi. Se l’Unione Europea avesse aperto vie legali, ad esempio per i profughi siriani, eritrei, somali, non ci sarebbero stati migliaia di morti e non ci sarebbe nemmeno stata la necessità di finanziare costose operazioni di soccorso come Mare Nostrum. Gli accordi già in vigore con i Paesi Ue permetterebbero ai profughi di raggiungere “regolarmente” la Santa Sede. Il papa potrebbe dimostrare all’Europa che si può e si deve realizzare un corridoio umanitario per impedire alle persone di soffrire e morire per vedere riconosciuto il loro diritto all’asilo. Il tutto applicando semplicemente le norme di diritto internazionale già vigenti. La soluzione prospettata prevede una duplice strategia: da un lato si potrebbe permettere alle persone di chiedere asilo alla Santa Sede rivolgendosi direttamente ai nunzi apostolici presso i Paesi di transito. In questo caso l’iniziativa avrebbe più che altro un valore simbolico, perché comprendiamo che un piccolo Stato non potrebbe da solo far fronte a tutte le richieste di asilo, ma rappresenterebbe un esempio che gli altri Stati non potrebbero ignorare. Dall’altro, se si permettesse alle persone di arrivare fisicamente in Vaticano, con un visto temporaneo, queste potrebbero poi presentare richiesta d’asilo in altri Paesi, rivolgendosi alle ambasciate che hanno sede in Vaticano. Presso la Santa Sede, infatti, sono rappresentati 178 Paesi. In tal modo si permetterebbe a quanti lo richiedono di presentare richiesta direttamente nell’ambasciata presso il Vaticano del Paese prescelto (non necessariamente europeo) senza dover intraprendere un viaggio assurdo e spesso mortale. Nessuno, finora, ha contestato sul piano strettamente giuridico tali ipotesi. Nessuno potrebbe contestarlo sul piano strettamente morale e umano. Tantomeno un credente.

* Avvocata genovese, esperta di diritti umani e immigrazione, tra i promotori dell'appello per la concessione di visti umanitari da parte del Vaticano (v. Adista Segni nuovi n. 35/14)

 

 

ASYLUM SEEKERS: SEEK REFUGE IN MACEDONIA, DREAM OF WESTERN EUROPE

Many of the migrants facing deportation back home use the asylum option to legalize their stay in Macedonia, not giving up on the goal – to reach the countries of the European Union. So most of them, before getting a response from institutions to their request for asylum, manage to find a way to leave the country.

According to Marija Jakovleska, chief in the Interior Ministry, in 2013 1,296 asylum seekers were registered in RM. Most of them or 320 were from Syria, 245 from Afghanistan, 102 from Pakistan, 94 from Algeria, and fewer people were from Bangladesh, Sudan and Egypt. It is interesting to note that in the statistics of the Ministry of Interior people from neighboring countries are registered as asylum seekers – three from Serbia and one from Bulgaria have sought asylum in Macedonia.

The wave of asylum seekers from Syria continued in the first six months of this year, of 511 people asylum seekers, the majority is from Syria – 215, followed by Afghanistan and Somalia, and they are staying in the Reception Centre in Vizbegovo, which is under the authority of Ministry of Labor and Social Policy. In Macedonia there is only one Reception Centre for Asylum Seekers, located in Vizbegovo, 3 km from the center of Skopje. The center has a capacity to accommodate 150 people, but usually there are about 80-90 people.

zdruzenie na mladi pravnici

“Nearly all people coming from third countries are undocumented and their identity is based on their statement when completing the application for asylum. Furthermore they are registered under the personal data listed. If, however, they possess a document, it must be attached to the application for asylum and submitted to the Asylum Department in the Ministry of Interior, but it is possible to keep a copy of all documents they submit. On the basis of the application, an identity document shall be issued for asylum seekers so that they can move freely in the country and have the right to possess it until it is decided upon their asylum claims. Many of them keep scanned copies of documents they had in their e-mail addresses and use them to prove their origin where they are”, explains Irena Zdravkova from the Macedonian Young Lawyers Association for Inbox7.

As explained by the Association, it is very difficult to obtain their documents because they usually come from countries such as Afghanistan, Pakistan, Somalia, Syria.

“Most of them say that the documents were burned in the war or destroyed during their trip to Western Europe. But at the same time, acquisition is not recommended as asylum is international protection given to a person because of problems he/she encountered in their country, and the country has failed to protect them as its citizens. It depends on the subject, but the reasons for an unhappy life and threats to a person can continue after he leaves the country, so the state that accepts the refugee must not give information that the refugee has been taken under its protection”, says Zdravkova, Project Coordinator at Macedonian Young Lawyers Association, which in cooperation with UNHCR provides legal assistance to refugees, persons under subsidiary protection, asylum seekers and other persons of concern to UNHCR.

vojna sirija

Within its jurisdictions the Association helps only if there is a possibility to obtain documents from state institutions. Such was the recent case of obtaining a birth certificate for the newborn of applicant seeker from Afghanistan, who gave birth at the border crossing point a few months ago.

In 2011 744 requests for asylum were submitted in the Republic of Macedonia and there was a big reversal in comparison with the previous year in which, according to UNHCR figures, only 180 requests for asylum were submitted. The same increasing trend continued in the coming years, so in 2012 636 requests for asylum were filed, and by the end of June 2013 523 requests for asylum were filed. It was about people who come from countries in the Middle East and Africa, and in 2013 due to the conflict in Syria there was an enormous increase in the number of asylum seekers originating from Syria, mainly from the city of Aleppo.

 

Illegal migrants – asylum seekers

 

Macedonian police knows that some illegal migrants decide to seek refugee status only to be transferred from the shelter center of Gazi Baba, which is of closed type, to the Reception Centre in Vizbegovo, in order to legalize their stay in the country and get temporary protection.

Very often asylum seekers are equated with migrants who leave their countries for economic reasons or a better life. Migratory movements intertwine these groups of people traveling together.

“In fact the difference is in the reasons for which they have decided to leave their countries, and that is why an asylum seeker or a refugee is different from an economic migrant. Asylum seekers or refugees are forced to leave their countries, but migrants want to leave because their motive is the desire for better life. We call them irregular migrants because they have done nothing illegal except illegally coming into the country to escape a war and unhappy life”, they say from the Macedonian Lawyers Association.

t be met. But as soon as they cross the borders on the way to Western Europe, they become illegal migrants who stay closed as if they committed the most difficult crimes. Disturbing is the fact that most often in migration groups a large number of single mothers and children travel, who seek salvation in some countries in western Europe.

According to recent estimates of the High Commissioner for Refugees (UNHCR), the number of Syrian refugees exceeds 3,000,000; they mostly live in camps in Lebanon (1,100,000), Jordan (600,000) and Turkey (847,000).

siriski begalci

The entire international community calls that they are refugees whose basic needs musт be met. But as soon as they cross the borders on the way to Western Europe, they become illegal migrants who stay closed as if they committed the most difficult crimes. Disturbing is the fact that most often in migration groups a large number of single mothers and children travel, who seek salvation in some countries in western Europe.

 

Two families from Syria live in Stip

 

The procedure for obtaining asylum status must be completed within six months after submission of the application. For this period asylum seekers stay in the Reception Center in Vizbegovo.

Lawyers that Inbox 7 consulted think that according to the present situation arising from the increasing number of migrations in the Western Balkans, it would be best to find mechanisms to avoid a situation that everyone who transits the country to have to go through the asylum procedure. Best practice would be established if mechanisms were found for early profiling the needs of all transiting on the so-called Balkan route that through Turkey, Greece, Macedonia and Serbia leads to Western Europe, they say from the Young Lawyers Association.

migranti24.11.2013

According to legal norms, nationality on grounds of asylum is granted only if the recognized refugee resides on the territory of Republic of Macedonia, six years after receiving his status. There are such cases only with Kosovo refugees that the association works with and helps in the process of their naturalization.

“This year the state admitted refugee status to two families from Syria living in Stip. Our association is in contact with the families, we communicate in English, and it is about educated people with university education in Syria. Later, during our meeting it became clear why they insisted so much that their children learn Macedonian”, explains Zdravkova.

 

Turkey hit by a wave of refugees from neighboring Syria

 

The war in Syria has caused a huge refugee flow to Turkey. Official Ankara, after 100,000 Kurdish refugees entered the country during the weekend, decided to close part of the border crossings.

turcija begalci

As the United Nations High Commissioner for Refugees announced, Turkey has been facing the biggest ever influx of refugees from neighboring Syria since the beginning of the war more than three years ago.

Civilians leave the country and flee from clashes between fighters of the “Islamic state” and Kurdish forces, especially after overtaking dozens of villages near the border with Turkey by IS.

There are currently 1.3 million Syrian refugees in Turkey.

 

Editor: Stojanka Mitreska

 

Lungo la strada costiera che porta a Misurata, nella zona industriale, è facile vedere capannelli di africani in attesa agli incroci delle strade in attesa di essere caricati sui mezzi per andare a lavorare nei campi o nell'edilizia.

Photo REUTERS/Ahmed JadallahPhoto REUTERS/Ahmed Jadallah

Lavorano anche per due o trecento dinari al mese (100/150 euro), ricevendo in cambio vitto e alloggio. Soldi che devono essere inviati in parte alle famiglie di provenienza e in parte per pagarsi un posto su un barcone diretto verso l'Europa.

Poco distante, lungo la strada che porta a Gioda, ex colonia italiana, si trova la scuola di Al-Kararim. All'interno ci sono più di ottocento persone: donne e uomini, bambini e minori compresi, presi a casaccio per le strade di Tripoli e portati qui per mancanza di spazio. Per molti di loro la meta finale è il confine tra Libia e Niger, per essere poi gettati in mezzo al nulla dall'altra parte della frontiera. Ma nel Paese c'è la guerra, e così attendono in questa specie di galera, il loro ineluttabile destino.

“La detenzione in questo locale è una tappa obbligatoria prima del loro rimpatrio, dice una guardia libica. “Cerchiamo di radunarli tutti insieme per comunicare poi con le loro ambasciate e vedere se si possono rimpatriare tramite convogli di autobus verso i confini. Certo, la guerriglia che avviene in molte zone del Paese ci ha messo in difficoltà perché non possiamo portare queste persone nel deserto per questioni di sicurezza. Preferiamo tenerli qui”.

'Qui' significa mesi di detenzione.

Il centro è diviso in due zone. La prima ha due stanze dove vengono alloggiate donne e bambini. Al piano superiore sono solo uomini. Si dorme per terra, sui materassi.

La maggior parte di loro viene dall'Africa subsahariana: Senegal, Burkina, Niger, Gambia, ma anche dal Corno d'Africa, come somali, etiopi ed eritrei. In mezzo a loro c'è n'è anche qualcuno di nazionalità araba e dei pakistani, finiti in cella perché, dicono, all'aeroporto si sono dimenticati di mettere sul loro passaporto il visto d'ingresso.

Ci sono anche dei neonati e qualche minore. I bagni sono insufficienti e non ci sono docce. Non c'è spazio per i bambini, non ci sono strutture adeguate di assistenza medica. C'è, sì, un piccolo ambulatorio, ma i medicinali a disposizione sono pochi e il dottore viene solo due giorni alla settimana.

Le retate nelle strade vengono fatte a caso. Chi viene preso deve cancellare il progetto di venire in Europa e iniziare tutto daccapo dall'altra parte della frontiera, in Niger. 
Poi il deserto, Sabha, Tripoli. Per i loro confratelli più fortunati, rimasti liberi, seduti lungo le strade ad attendere un posto di lavoro a basso costo, rimane il sogno di un posto su una carretta del mare per raggiungere l'Italia.

 

Cristiano Finazzi

 

R., cittadino dominicano, arriva in Italia nel 2005 ancora minorenne. Nel 2007 ha richiesto e ottenuto un permesso di soggiorno per motivi famigliari ricongiungendosi alla propria madre, anch'essa di origini dominicane e divenuta, nel frattempo, cittadina italiana. In seguito, nel 2013, ne ha richiesto il rinnovo poiché coniugatosi con una cittadina italiana.

Nel maggio del 2014 la Questura di Genova notifica a R. la sussistenza di motivi ostativi al rilascio del permesso di soggiorno, nella specie per sussistenza di reato ostativo al buon esito della procedura di rilascio del titolo, avverso il quale viene presentato ricorso al Tribunale di Genova. Si è ritenuto il provvedimento illegittimo atteso che la valutazione di pericolosità per l'ordine pubblico non può essere oggetto di presunzione, ma deve essere sempre oggetto di accertamento in concreto, allorché il permesso di soggiorno venga richiesto per motivi di famiglia.

Il Tribunale, richiesto sul punto, ha osservato che: «la Corte di Cassazione (Sez. 1, Ordinanza n. 8795 del 15/04/2011 e successive conformi) con recente e univoco orientamento ha statuito che “Per effetto delle modifiche introdotte, con il d.lgs. 8 gennaio 2007, n. 5, agli artt. 4, comma 3 e 5, comma 5 (cui è stato anche aggiunto il comma 5 bis) del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, in caso di richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di coesione familiare non è più prevista l'applicabilità del meccanismo di automatismo espulsivo, in precedenza vigente, che scattava in virtù della sola condanna del richiedente per i reati identificati dalla norma (nella specie, in materia di stupefacenti), sulla base di una valutazione di pericolosità sociale effettuata "ex ante" in via legislativa, occorrendo, invece, per il diniego, la formulazione di un giudizio di pericolosità sociale effettuato in concreto, il quale induca a concludere che lo straniero rappresenti una minaccia concreta ed attuale per l'ordine pubblico e la sicurezza, tale da rendere recessiva la valutazione degli ulteriori elementi di valutazione contenuti nel novellato art. 5, comma 5 del d.lgs. n. 286 del 1998 (la natura e la durata dei vincoli familiari, l'esistenza di legami familiari e”; sociali con il paese d'origine e, per lo straniero già presente nel territorio nazionale, la durata del soggiorno pregresso)”, con la conseguenza che è onere dell'autorità amministrativa e, successivamente, dell'autorità giurisdizionale, al fine di non incorrere nel vizio di motivazione, di esplicitare le ragioni della pericolosità sociale, alla luce dei parametri normativi sopra evidenziati».

Tanto premesso, nel caso di richiesta del permesso di soggiorno per motivi di famiglia, le norme in esame non prevedono l’applicabilità dell’automatismo pure dalle stesse stabilito, in linea generale in presenza di condanne per i reati in esse contemplati, occorrendo invece, per il diniego, la formulazione di un giudizio di pericolosità sociale che conforti la valutazione che lo straniero rappresenta «una minaccia concreta e attuale per l’ordine pubblico o la sicurezza».

In seguito ad una puntuale analisi degli elementi riferibili ad R., quali l'isolata condanna penale, la condotta regolare e partecipativa in carcere premiata con la liberazione anticipata e l'ammissione alla misura alternativa della detenzione domiciliare scontata senza rimarchi, e la frequentazione di un corso di abilitazione professionale, lo stesso Magistrato di Sorveglianza di Genova con ordinanza ha dichiarato cessata la pericolosità sociale di R., revocando così, per l’effetto, la misura di sicurezza dell’espulsione dall’Italia.

Sulla base di tutti questi elementi, “comprovanti l’assenza di una attuale e concreta pericolosità sociale del ricorrente e suoi solidi, rilevanti e stabili legami familiari in Italia (non solo la moglie, ma anche la madre, cittadina italiana e con stabile lavoro in Italia)” il ricorso è stato accolto e, annullato il provvedimento di diniego di rilascio di permesso di soggiorno per motivi di famiglia, dichiarato il diritto di R. all’unità familiare.

Avv. Alessandra Ballerini

Avv. Matteo Buffa

 
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