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ERRI DE LUCA: PREFAZIONE A "I LAGER ITALIANI" DI MARCO ROVELLI

Storie di uomini e donne presi a calci e pugni, in molti contro uno, storie di vigliaccherie nostre autorizzate e commesse di nascosto, contro ogni legge prima che contro ogni umanità.
Ecco qui un fascio di racconti e di nomi che non si fanno cancellare. Si imprimono nella fragile superficie delle pagine e da lì sprofondano in chi ha cuore di leggerle.
Mai contare gli esseri umani, mai ridurli a mucchio, sommatoria: sono singole vite, uniche e strapiene di ragioni per affrontare lo sbaraglio di deserti e mari, naufragi e schedature, impronte digitali e pestaggi. A che grado di sbirraglia abbiamo abbassato giovani poliziotti e carabinieri coetanei di una gioventù d'oltremare da schiacciare, scacciare.
Ognuna di queste avventure merita una medaglia al valore, si è meritata invece la detenzione abusiva, il campo di concentramento, la privazione di ogni difesa. Al di sotto delle prigioni stanno i Centri di Permanenza Temporanea (CPT), fogna della coscienza di un paese ammesso tra i civili.
CPT: neanche il minimo coraggio di nominarli per quello che sono. Del resto i nazisti chiamavano distretto abitativo (WOHNUNGBEZIRK) i ghetti in cui insaccavano le vite da distruggere.

 

La Finanza ha avviato un'inchiesta sugli "allontanamenti" dei clandestini. Il procuratore: "Quel posto è una polveriera"

Crotone, in un anno 4300 evasi. Sulle fughe l'ombra del business

Crotone
CROTONE - Lo vedi non appena esci dall'aeroporto di Sant'Anna col quale, d'altra parte, condivide il nome. E' il Centro di prima accoglienza, oltre che Centro di permanenza temporanea, di Capo Rizzuto, Crotone. Definirlo "lager" sarà anche esagerato, ma ne ha tutto l'aspetto: un reticolato alto circa tre metri in una campagna brulla e pianeggiante. Franco Tricoli, procuratore capo di Crotone, lo definisce "una polveriera". Ma egli stesso resta sorpreso quando, dopo una serie di telefonate alla questura, gli viene comunicato il numero degli immigrati che, nell'ultimo anno, sono fuggiti dal Centro di prima accoglienza: 4.351.

Tecnicamente si tratta di "allontanamenti" e non di "evasioni". Questo perché gli ospiti del Cpa formalmente non sono dei detenuti ma degli immigrati da identificare. Il fatto è che, finché la pratica non è chiusa, non possono uscire e, così, pur non essendolo formalmente, sono dei reclusi di fatto. Tanto che gli stessi operatori, quando qualcuno se ne va, dicono semplicemente che "è evaso". Il termine, in effetti, appare il più appropriato. Quando il 3 di questo mese un gruppo di immigrati tentò di "allontanarsi" scavalcando la rete metallica e intervenne il personale di polizia, si scatenò una battaglia che si concluse con quattro agenti feriti e quattordici immigrati arrestati. Al solito, alcune decine riuscirono a dileguarsi.

Alle 4351 evasioni avvenute dal 1° luglio 2004, vanno aggiunte le otto dal confinante Centro di permanenza temporanea (che ospita gli immigrati prossimi all'espulsione). Con i ventotto "allontanamenti" di immigrati che nello stesso periodo erano stati ricoverati in ospedale, si arriva a un totale di 4.387, su un totale di circa diecimila presenze annue. E a quanto pare il fenomeno continua nonostante le nuove procedure introdotte nello scorso aprile dall'entrata in vigore del regolamento della Bossi-Fini. Ieri, mentre il ministro Pisanu interveniva al Senato, Filippo Sestito, presidente dell'Arci di Crotone, riceveva la notizia dell'ennesimo "allontanamento": 120 persone.
Secondo la senatrice dei verdi Tana de Zulueta, un così alto numero di "allontanamenti" è difficilmente spiegabile senza ipotizzare complicità interne. Si tratta, se si guarda al recente passato, di qualcosa di più di un'ipotesi.

Lo scorso gennaio la procura di Catanzaro ordinò l'arresto di 29 uomini, tutti stranieri, accusati di far parte di un'associazione per delinquere che organizzava, dalla Libia, viaggi verso l'Italia con modalità che prevedevano, come via d'ingresso illegale, il passaggio per il Centro di Crotone. Nel corso del 2004, l'organizzazione aveva portato a Lampedusa circa 3000 persone facendo in modo che poi fossero trasferite nel Centro di Sant'Anna dove, attraverso complicità interne, chi aveva pagato aveva la garanzia di fuggire. Il costo complessivo del viaggio, fuga compresa, s'aggirava sui 1500 euro.

Dopo gli arresti, gli "allontanamenti" non si sono fermati. Il sospetto è che il sistema d'ingresso in Italia "via Crotone" sia andato avanti ancora. La nuova inchiesta è condotta dalla Guardia di Finanza.
Per chi osserva dall'esterno la recinzione, è un vero mistero: difficile immaginare anche una sola fuga da quella gabbia. Ma, a sentire le notizie che filtrano dall'interno, si scopre che di ragioni per andarsene via ce ne sono molte. "Abbiamo aperto procedimenti penali contro tutte le figure presenti all'interno del Centro - spiega il procuratore Tricoli - e cioè sia nei confronti di operatori, sia di rappresentanti delle forze dell'ordine, sia di immigrati". Naturalmente i reati sono diversi: tra gli immigrati prevalgono la resistenza e l'oltraggio, a volte le lesioni personali. Per quanto riguarda le altre categorie, si sono definiti col rinvio a giudizio cinque procedimenti scaturiti da accuse di violenze, anche di violenze sessuali (tra gli accusati, un magazziniere dipendente della "Misericordia"), mentre un'altra decina sono stati archiviati.

La condizione delle donne ospiti del campo è stata pochi giorni fa osservata dalla senatrice de Zulueta. "C'erano due ragazze africane, forse nigeriane, che si esprimevano con difficoltà. Stavano in disparte, silenziose. A un certo punto si sono avvicinate e mi hanno chiesto perché non parlavo con loro. Ho subito domandato come stavano. "Non bene", hanno detto guardandosi attorno impaurite. Vogliamo andarcene".
Di presenza di uomini e donne "in condizione di promiscuità" (con le donne che, prostrate, chiedevano con insistenza di uscire) parla un esposto presentato di recente alla procura della Repubblica di Crotone dagli avvocati Gianluca Vitale e Alessandra Ballerini e firmato anche dall'Arci e dalla Cgil. Nell'esposto si racconta di una visita effettuata lo scorso 25 marzo. In quell'occasione l'avvocato Ballerini vide "un bambino palestinese colpito da gravissima malformazione ossea" e domandò spiegazioni. Le fu risposto che il giorno successivo il bambino sarebbe stato trasferito, assieme alla madre, in un luogo di cura. Ma una settimana dopo, e precisamente il 2 aprile, nel corso di un'altra visita, l'avvocato s'accorse che il bambino era ancora là. L'esposto ha determinato l'avvio di un procedimento penale. E' stata chiesta la concessione di un permesso di soggiorno per motivi di giustizia a un immigrato algerino che, dopo aver sostato nel centro di Crotone, aveva lasciato l'Italia ed era stato fermato dalla polizia francese. Il testimone ha tra l'altro parlato di donne che, in cambio di prestazioni sessuali, hanno potuto allontanarsi dal Centro.

(Giovanni Maria Bellu, La Repubblica, http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/cronaca/lampd/busifug/busifug.html, 30 Giugno 2005)

 

Tra i feriti del Cpt di Crotone

4 immigrati hanno gambe fratturate: «Ci hanno picchiati». La polizia: «Sono caduti»

In quattro hanno le gambe fratturate. Gli altri raccontano di notti drammatiche: «Botte, botte, i bastoni con l’elettricità». Non è chiaro cosa sia accaduto nel centro di prima accoglienza (cpa) Sant’Anna di Crotone, dove sono stati trafseriti tutti gli immigrati «salvati» dai respingimenti collettivi verso la Libia da Lampedusa. Di certo, in molti sono scappati.

Sui fogli delle presenze si notano dei grossi «buchi» tra il 17 e il 18 marzo. Da 430 persone passano a 290, poi a 98. Nei giorni successivi le presenze salgono di nuovo, fino ad arrivare alle duecento attuali. Non è una novità che dal centro di Crotone le persone fuggano.
D’altronde stiamo parlando del centro di accoglienza, e non del centro di permanenza temporanea che si trova all’interno dello stesso aeroporto militare, poco più in là, in due palazzine malandate protette da recinzioni altissime. Dal cpa, tutti dovrebbero poteri allontanare.
Ma le cose al Sant’Anna stanno cambiando, come in tutti i centri di accoglienza, visto che il regolamento di attuazione della Bossi-Fini prevede un nuovo corso per campi come questo, in genere destinati ai potenziali richiedenti asilo. Si stanno trasformando in «centri di identificazione». Una nuova sigla (Cdi) che sta a indicare una tendenza ben precisa: tutti chiusi e sotto stretta sorveglianza.

E così, al Sant’Anna, c’è un gran movimento. I container sono nuovi di zecca, i materassi ancora avvolti nella plastica - tanto che neanche ci sono le lenzuola - l’albero dove gli immigrati si arrampicavano per saltare le inferriate è stato tagliato e ben presto sorgerà una seconda recinzione, a rafforzare la prima. Tra le due grate ci sarà lo «spazio per il pattugliamento». Le regole si fanno sempre più inflessibili.
L’altro ieri il senatore Francesco Martone - segretario della commissione diritti umani - si è recato al centro, e non c’è stato verso di far entrare con lui l’avvocato Daniela Consoli. Solo dope molte discussioni, ieri il senatore dei Ds Nuccio Iovene è potuto entrare nel centro con l’avvocato Alessandra Ballerini.

Una metamorfosi che ha avuto un effetto immediato nelle relazioni all’interno del centro. Il senatore Martone, quando l’altro ieri ha varcato il cancello, è stato avvertito da alcuni agenti della polizia: «Li troverà un po’ acciaccati, sa com’è, c’è stata una sassaiola». Ma di sassi, all’interno della recinzione, non ce ne sono.
«Infatti erano loro a tirarceli, da fuori, quando c’è stata la fuga», dice uno degli immigrati. E’ soprattutto il gruppo di persone che si definisce di nazionalità palestinese e irachena - e che dicono di essere salpati dalla Turchia - a lamentarsi. «Botte, botte coi bastoni che hanno l’elettricità». E alzano le mani. Sono in tanti ad avere sul palmo e sul dorso delle piccole escoriazioni, che sembrano bruciature. Tutte uguali.
Ma la polizia nega di avere in dotazione manganelli elettrici. A qualcuno, comunque, è andata peggio. Due persone hanno la gamba ingessata, altri due se ne stanno distesi per terra in un container con fasciature d’occasione. Secondo i medici dell’infermeria gli immigrati si sarebbero rotti le gambe cadendo dalle inferriate che cercavano di scavalcare. Con il senatore Iovene hanno aggiunto un particolare: nei giorni scorsi anche alcuni poliziotti avrebbero ricorso alle cure mediche.

Tra i duecento immigrati rimasti nel cpa - in molti sostengono di essere minorenni - c’è anche un gruppo di africani: dicono di venire dalla Liberia, dalla Costa D’Avorio, dal Ghana. In mano, come tutti gli altri, hanno solo un foglio della questura di Crotone con il loro nome, a cui è attaccato un cartoncino della Croce Rossa, gestore del cpa, che assegna loro un posto in un container. «Ma avete potuto parlare con un avvocato?», chiede Martone. «No parlare, solo da mangiare». Si cerca anche di capire come sia avvenuta la selezione a Lampedusa. La risposta è la solita: «Ask your name, the country you come, they control if you have guns».
Cioè: ti chiedono il nome e il paese da cui vieni, poi ti fanno una perquisizione. Dopodiché qualcuno torna in Libia e qualcun altro arriva a Crotone. Tra i «salvati» c’è anche una famiglia con un bambino handicappato. Ha quattro anni e due occhi vispi.
I genitori dicono di essere palestinesi e che non vogliono chiedere asilo politico, perché intendono tornare nel loro paese. Ancora nessuna visita medica per il bambino. Secondo i medici l’ospedale darebbe un appuntamento molto in là nel tempo, e loro non hanno idea di quanto la famiglia si tratterrà nel campo.
Nel centro vivono anche altri due bambini, da 24 giorni. Sono i figli di una donna che è stata rispedita in Italia dall’Inghilterra in base alla Convenzione di Dublino. Ci sono altre tre persone nella sua stessa condizione a Crotone. Una di loro è rinchiusa lì da due mesi. «Questi centri sono addirittura peggiori dei cpt, dove prima o poi, almeno, passa un giudice. Qui la gente sta chiusa non si sa per quanto tempo», osserva il senatore Iovene.

(Cinzia Gubbini da Il Manifesto del 26 Marzo 2005)

 

G8, violenze in piazza Manin indagine su quattro poliziotti

Mentre si sta avviando a conclusione la prima causa civile per risarcimento danni del G8, prende il via anche un nuovo filone d' indagine su violenze e abusi del luglio 2001, quello per gli arresti illegali effettuati dalla polizia in piazza Manin, dove si erano radunate le varie anime del pacifismo, specie quello di matrice cattolico e quello che aderiva alla Rete Lilliput. Nei giorni scorsi, il pm Francesco Cardona Albini ha disposto il sequestro di un video della casa di produzione Luna Rossa, e notificato quattro avvisi di garanzia ad altrettanti poliziotti del reparto mobile di Bologna: Antonio Cecere, 45 anni, vice-sovrintendente, e poi gli agenti Luciano Berretti (32), Marco Neri (30) e Simone Volpini (29), difesi dall' avvocato Gianluca Arrighi, del Foro di Roma. Il filmato e alcune fotografie scattate il 20 luglio del 2001 dimostrano che le accuse contenute nei verbali di arresto di due studenti spagnoli sono fasulle, inventate. Ai quattro celerini vengono contestati i reati di falso, abuso e calunnia. Sostennero, infatti, che Adolfo Sesma Gonzales e Luis Alberto Lorente Garcia (assistiti dall' avvocato Emanuele Tambuscio), si scagliarono contro i reparti con molotov e spranghe. Ma il video di Luna Rossa immortala una verità diversa. Quella di un ragazzo, Sesma, che si avvicina agli agenti e viene ammanettato, del suo amico, Lorente, che lo raggiunge per avere spiegazioni e subisce la stessa sorte. C' è anche un terzo amico, che non viene arrestato ma, a freddo e senza ragione, viene colpito da una manganellata in testa e abbandonato sul selciato. Una scena che racchiude forse tutto il caos e la brutalità di quanto accadde in piazza Manin. Nella piazza pacifica e in festa arrivarono verso le 15 di quel pomeriggio alcune decine di black bloc reduci dal saccheggio di diversi quartieri e dall' assalto al carcere di Marassi. La polizia decise di caricare quando i "neri" erano già passati, e così con lacrimogeni e manganelli gli agenti si accanirono su indifesi pacifisti cattolici e laici. Ed è proprio la causa civile, mossa contro la polizia da una pediatra di Trieste quel giorno tra i simpatizzanti della Rete Lilliput, che si avvia a conclusione. La donna, assistita dall' avvocato Alessandra Ballerini, per una mano rotta da una manganellata ha chiesto un risarcimento, per danni anche morali, di centomila euro.

(Marino Bisso e Marco Preve, La Repubblica, 1 Marzo 2005)

 

Fratelli di sangue

Arrestare uomini e donne senza che abbiano commesso nessun reato, rinchiuderli in un carcere etnico e costringerli a lasciare il paese senza l’intervento di un magistrato è incostituzionale. Le 17 mila persone che ogni anno passano per i centri di detenzione per migranti e poi vengono rimpatriate o rilasciate con l’obbligo di lasciare il paese entro cinque giorni hanno un motivo in più per tentare la fuga. Dopo anni di latitanza, grazie a un servizio di Giovanna Boursier su Report di domenica 18 aprile, la Rai si è finalmente accorta di questo mostro giuridico [«Il Cpt è l’unico luogo dove l’imputazione di una colpa non avviene su un reato ma su un reo», avvertono i costituzionalisti] partorito dal patto di Schengen, svezzato dalla legge Turco-Napolitano e foraggiato ulteriormente dalla Bossi-Fini.
A Bologna, a volte la polizia va a prendere i migranti direttamente nei cantieri, con le tute da lavoro ancora imbrattate di calce e cemento. Destinazione, il lager di via Mattei, che, in questi giorni, ha compiuto due anni di attività. Solo nelle ultime settimane ci sono stati numerosi tentativi di fuga, con il corollario di botte, feriti e tensioni che da ciò consegue. L’ultimo caso, nella notte tra il 18 e 19 aprile, quando un gruppo di migranti è riuscito a scappare e un cittadino tunisino è caduto da un muro di cinta ed è stato ricoverato all’ospedale Maggiore.

 
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